Dodici bis – La nonna-bis

Non è mia intenzione tratteggiare un nuovo ritratto della nonna in veste di bisnonna, anche perché se parlo di ricordi miei, lei per me nonna era e nonna rimane. Però, dato che devo tornare per un attimo all’argomento del post precedente e visto che ho ricevuto da più parti l’apprezzamento per l’argomento trattato, farò un ulteriore sforzo per cercare di rispolverare qualcos’altro. Da qui il titolo.
Uno scrittore serio, a quanto pare, dev’essere sempre pronto, una volta messo di fronte al fatto che ha dato notizie false o inesatte, a fare ammenda e pubblicare un errata corrige. La cosa non mi riguarda e dovrebbe lasciarmi dormire sonni tranquilli, dato che scrittore non sono e serio… beh, insomma, se non altro cerco di non prendermi mai troppo sul serio. Però non mi piace lasciar pubblicate notizie che avrei potuto verificare meglio approfondendo a dovere con le mie fonti prima di raccontare qualche panzana. Terrò conto di questo un domani, casomai mi venisse in mente di sognare di fare il giornalista. Non ci sono tagliato.
Ragion per cui, torno indietro un pochino. A quando ho raccontato che la nonna scrisse un biglietto di condoglianze alla sua primogenita firmandosi con nome e cognome. Niente di più falso. Va bene voler fare qualche scherzo di cattivo gusto dando per dipartito qualcuno che ancora gode di ottima salute, ma la nonna decisamente non era il tipo da scendere a questi mezzucci per fare un semplice dispetto. Intendo dire che non avrebbe potuto mandare condoglianze per la perdita di qualcuno che, all’anagrafe, le è sopravvissuto. Però. Eh già, però. Possibile che io mi fossi inventato la faccenda della firma? Niente affatto. L’avevo solo attribuita a un’occasione sbagliata, quindi sono imputabile di mancanza di memoria o di attenzione nel rovistare tra le notizie ricevute dalle mie fonti e non di farneticazione allo stato puro. È ufficiale: lo zio Sandro se ne andò dopo la nonna. Quanto tempo dopo non lo so perché non ho approfondito, non mi pareva essenziale, ma dopo. Resta il fatto che la firma con nome e cognome fu comunque vergata in calce a qualche biglietto di auguri, chissà per quale occasione. Il che dimostra, comunque, due cose, una positiva e l’altra… a dir poco originale: in fondo, se una volta o due in tot anni mamma e figlia si sono scambiate gli auguri, un minimo di legame tra loro lo sentivano ancora ma resta lo stesso un po’ strano il fatto che invece di “mamma” la nonna preferisse una formula così formale e distaccata. Chi lo sa… magari avevano davvero avuto motivi seri per decidere in tal senso. Di una cosa si può star certi: entrambe avevano un caratterino decisamente tosto.
Eppure, vedendola, non si sarebbe detto. La ricordo come una donnina minuta, non certo destinata a rinforzare le fila di una squadra di basket o di pallavolo femminile, con un aspetto mite e dolce. Qui mi si dirà che mi contraddico, ma non è così. Ho scritto più indietro che non ricordo, a parte qualche episodio, gesti di affetto tali per cui si strappasse le vesti. Ma non l’ho mai nemmeno vista vestire i panni di Cerbero o usare la frusta dei cavalli per tenere a bada i nipoti.
Me la ricordo, invece, intenta spesso a ricamare quelle sue tele grezze color ecru o marroni con cotoni o lane colorate (era punto-croce?) e ricavarne una serie infinita di pezzi unici coi quali rivestire poltrone o cuscini. La ricordo seduta in giardino, fuori dalla sala o sullo spiazzo dell’altalena, a parlare con sua figlia Adele o qualche sua nuora, con noi nipoti che andavamo avanti e indietro e qualche volta ci fermavamo anche ad ascoltare. E la ricordo ancora sul suo divano o su una delle poltrone in sala, davanti alla finestra o davanti al camino, quando riceveva le visite della signora Cit. o della signora Can. e quando, come già ricordato, parlava fitto fitto in zeneize alla zia Amelia che veniva per un brevissimo soggiorno o, più raramente, in giornata accompagnata da figli e consorti. In qualche occasione arrivavano, appunto, dalla lontana Varese (venti minuti se c’era traffico intenso) anche due nipoti della zia Amelia, una poco più grande di me e l’altra di poco minore. Occasione d’oro per mia cugina Giulia e per me di allargare la cerchia delle frequentazioni, abitualmente limitate alla Enza e all’Ambroeus. Ai tempi non ci eravamo ancora lanciati del tutto nel mondo esterno ai confini del paese o, se andavamo nella più nobile Viggiù, non era diventata ancora la sede quotidiana dei nostri divertimenti.
A questo proposito, in occasione di una sua visita alla nonna partendo, appunto, da Viggiù col torpedone, la signora Can., altro donnino minuto e secco, di una vitalità e modernità incredibili, almeno all’epoca e spesso dotata, come la nonna, di regolamentare cappellino nero con veletta, si fece accompagnare da un suo nipote, assumendo il ruolo di P.R.
Come dettano le norme della buona educazione, dopo un pomeriggio di giochi in giardino, fui a mia a volta invitato a casa sua e diventammo, se non proprio amici-amici, almeno amì. Senonché, condividendo allora la sua famiglia la grande villa nonnesca con quella del suo unico zio materno dotato di due figli maschi, finì che feci la conoscenza anche di costoro. E qui, va detto, nacque invece un’amicizia al cubo, soprattutto col primo dei due fratelli che è tuttora nella top-tot di quelli che considero amici inossidabili. Quelli che mandi a quel paese un certo numero di volte nella vita, che riesci a far scappare chissà quante volte da tanto sei detestabile, ma che alla fine sai che ci sono e ci saranno sempre. E tutto questo a chi lo devo? In senso lato, alla nonna, mi pare evidente.
Un ultimo flash, dato che ho scritto tutta questa lunga tiritera senza mai pensare al cibo: sul tavolino della nonna c’era qualcosa che non poteva mai mancare, che mi è capitato di ritrovare altrove e che mi ha trasportato indietro nel tempo. Quelle specie di lenticchie di zucchero colorate, immancabilmente genovesi, profumate, deliziose. E, nelle occasioni speciali, battesimi soprattutto, salvo smentite, i microconfettini col seme di finocchio. Mai una volta che ce li avesse negati o ci avesse guardato storto se allungavamo la mano! Adesso che ci penso: grazie nonna. Grazie anche per non essere nata a Termoli o a Cuneo. Se mi sento un po’ di pesto o di fugassa con le cipolle nel sangue ci sarà pure un motivo, no?

Ionnighitar


Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.