Divagazioni sul blog

Lo stiamo perdendo… Lo stiamo perdendo…

Come , chi? Il blog, mi pare evidente. Nel senso che rischia, per mancanza di visite, di trovare una lenta, delicata, silenziosa fine. E alla fine chi se ne accorge è solo chi lo ha creato. Per la verità la vera e propria fine la raggiunge anche quando chi lo ha creato si rivolge altrove e dedica tempo ed energie ad attività più produttive… l’importante è trovarne.

Ma in fondo, a meno che del blog non si voglia fare un luogo virtuale di discussione, di dibattito, spesso e volentieri di polemica, insomma, quello che ancora non ho capito perché ma si chiama “forum”, e questa è l’ultima delle mie intenzioni, il rischio va corso. E l’indicatore di visite è pericolosamente orientato verso il basso. C’è di buono che non può scendere sotto lo zero, e forse vengono conteggiate anche le mie incursioni.

Si può obiettare, e credo con mille ragioni, che un blog così impostato sia semplicemente una specie di vetrina autoreferenziale, dove ci si racconta, ci si mette in mostra, ci si illude di essere fonte di profondo interesse ed attenzione da parte di una fetta considerevole del genere umano. In fondo, ognuno di noi ha un bagaglio di ricordi, sensazioni, emozioni, immagini cui è affezionato o legato. Questo non comporta necessariamente (anzi) che il mondo non fosse in attesa d’altro che di scoprire tutta questa meraviglia di informazioni.

Però, più ci penso e più me ne convinco, il blog, anche se frequentato solo dall’autore/amministratore o chiamiamolo come si vuole, può essere anche una valvola di sfogo. Se a qualcuno piace scrivere, si mette a scriverci, a prescindere dalla profondità dei contenuti. Se gli piace catalogare e rivedere le proprie foto (sempreché faccia foto), mette insieme qualche galleria e trova stimolo per ricominciare ad usare la macchina che magari avrebbe finito col marcire in fondo a un armadio. Se al momento non ha un modo migliore di occupare il tempo, meglio che lo occupi così che non guardando Centovetrine, il Grande Fratello o Amici (magari si potrebbe indulgere su Uomini e Donne, assistere alle liti di aspiranti premi Nobel nell’arena della sciura De Filippi è decisamente cosa che innalza e arricchisce il bagaglio culturale di ognuno di noi).

In ogni caso pensavo che… non sono mai stato da uno psicologo, terapista, analista e chi più ne ha più ne metta. Non credo che il blog possa se non in minima parte e in casi molto particolari sostutuirsi a una chiacchierata con uno di loro. Però a qualcosa, magari poco, credo serva. E’ una specie di scatolone dove non si ha problema nello scaricare anche alla rinfusa, idee. E’ una specie di bloc notes, di diario, di… di taccuino? Ecco, di taccuino, in cui si possono riporre, mescolandole, impastandole, cercando di migliorarle con fronzoli e condimenti le proprie idee. Che a questo punto quasi diventano un impasto di ingredienti, magari spesso triti e ritriti… un po’ come le polpette, in pratica.

Ricapitolando: un taccuino pieno di polpette. Ma non sarebbe forse meglio parlare di polpetteditaccuino? Ecco, quasi quasi potrei farci un pensiero. Il mio blog potrebbe anche chiamarsi polpetteditaccuino, se non mi viene in mente niente di più intelligente. No, sono convinto. Mi va bene così. Anche perché si intona con la mia propensione a non disdegnare la buona tavola, ricordando sempre il principio filosofico numero 1: se per stare al mondo siamo costretti a mangiare, è più sensato cercare di mangiare bene o buttare giù la prima schifezza che ti capita a tiro? Il numero 2, che seguo da quando la nouvelle cuisine è divenuta un “must” per i più raffinati, recità così: se un piatto mi piace molto, per quale maledettissima ragione devo accontentarmi di assaggiarne un cucchiaino? Per poter assaggiare altri sette piatti? Preferisco mangiare una porzione “soddisfacente” dell’uno, e poi, se capiterà l’occasione, o meglio altre sette occasioni, altrettante porzioni delle restanti delizie. O no? Buon appetito.

Ionnighitar


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