Dieci – Ortofrutta (parte seconda)

A pensarci bene credo che dell’orto e delle verdure si sia sempre occupato l’ormai ipernominato Gildo e comunque, se proprio vogliamo, non è che il chiarire questo aspetto sia di importanza fondamentale. Ha invece un suo perché la distribuzione degli spazi tra le diverse colture, che nel tempo subì modifiche e cambiamenti di assegnazione per consentire anche a noi cittadini di cimentarci con i misteri della coltivazione e le insidie del grillo talpa o delle lumache voraci.
La conformazione del giardino era tale per cui tra il viale che portava in fondo, ai castani e alla casetta e quello, tutto ordinatino e pavimentato a ghiaia che costeggiava il campo di bocce per poi ricongiungersi alla fine con l’altro, ci fossero, mi pare, tre terrazzamenti destinati ad altrettante colture. Per essere pignoli, forse in origine soltanto la parte più prossima al vialetto elegante era quella che il Gildo curava. E cosa coltivava? Beh, so che non pretendete da me – e io con voi – uno sforzo tale da stendere un elenco dettagliato. Immagino, più o meno, le solite cose. Ma di alcune specie sono certo: i cavoli in tutte le loro espressioni e varianti. La verza, il cappuccio, il cavolo nero, il cavolfiore… Per fortuna non ricordo ci fossero cavolini di Bruxelles che non ho mai sopportato, ma ricordo invece, come se l’avessi sentito dieci minuti fa, il classico olezzo che aleggiava nella cucina della Paola: cavolo. Sempre cavolo. Solo cavolo. Cavoli.
E fagioli. Non tanto nella cucina quanto nell’orto. Ma ricordo molto bene, e questo riguarda anche l’era della Maria contadina, grossi sacchi di iuta vuoti distesi a terra e montagne di baccelli che si vi accumulavano al momento della sgranatura dei fagioli. Voglio esagerare. Sono quasi certo, dal colore della buccia e da quello dei fagioli, che si trattasse di borlotti.
Non sto a ipotizzare di altre specie, ma so per certo, come già detto, che quando la domenica sera si riprendeva la via della città c’era sempre un cesto o un cartoccio di prodotti diversi a far compagnia alla scorta di carne del Serafino.
Più semplice è invece ricordare cosa fossimo riusciti a coltivare noi villeggianti, inesperti, approssimati, incapaci cittadini. E nel dir questo sorvolo sul fatto che tra noi ci fosse anche qualcuno che poteva vantare anche una laurea in scienze naturali, con conseguente infarinatura sulle tecniche e i trattamenti per ottenere coltivazioni soddisfacenti. Chiamala infarinatura.
E poi, diciamocelo, la passione e la pratica spesso sopperiscono alla mancanza di teoria: se per tre o quattro anni non sei riuscito a far crescere le melanzane ripiene, alla fine almeno quelle da svuotare e riempire riesci anche a farle nascere.
Quindi, qual era la suddivisione degli spazi e la competenza dei singoli? Non lo so. So che di coltivatori diretti, spalmati nell’arco degli anni, ce ne sono stati parecchi. Me compreso. E cosa coltivavamo? Ma è logico: basilico in primis, per suggellare in modo inequivocabile la nostra discendenza dal popolo dei liguri, insalate e insalatine varie (la rucola forse non era ancora diventata di moda), rapanelli, carote, cipolle (io ho una predilezione quasi maniacale per la rossa di Tropea), zucchine – ma non in eccesso perché hanno la capacità di occupare uno spazio indecentemente vasto – e pomodori. Lunghi, corti, larghi, stretti, tondi, oblunghi… insomma, pomodori. Sbaglierò, ma nessuno di noi coltivava cavoli. Sapeva perfettamente che, in caso di astinenza, non doveva far altro che scendere nella riva sottostante e si sarebbe trovato nel più totale imbarazzo della scelta.
L’avere spazi personalizzati consentiva ad ognuno di noi di orientare la propria dieta vegetale sui prodotti che più gli erano graditi. E dava anche la possibilità, passata sempre sotto silenzio, di fare un paragone con i successi o i fiaschi dei vicini. C’era però anche un certo senso di partecipazione e di solidarietà quando i maledetti parassiti o le talpe scavatrici decidevano di guastarci la festa.
Vicino agli orti c’erano piante di pere, come già ricordato, ma molte avevano una particolarità: prima di sfoggiare la loro ricca produzione di frutti succosi mostravano sui rami frondosi un buon numero di bottiglie di vetro.
E come sarebbe, producevano vetro? Neanche per idea. Allora era il sistema più antico per produrre la grappa alle pere? Nemmeno. Erano il geniale rimedio preferito dal Gildo per combattere e vincere una lunga battaglia contro le vespe che, si sa, hanno la brutta abitudine di andare a pizzicarle, assaggiarne il nettare dolce e poi scavarle, non troppo ma a sufficienza perché marciscano o siano, comunque, da scartare.
Senza sottovalutare il particolare che, se lo scavo è compiuto nella parte del frutto non visibile al momento della raccolta, il rischio di farsi pungere da un esemplare che si è nascosto a banchettare in fondo al cratere è altissimo.
Il risultato dunque era di veder penzolare dai rami di ogni pianta tre o quattro bottiglie con tre dita di acqua e zucchero sul fondo e un numero imprecisato di piccoli cadaveri gialloneri divenuti tali (divenuti cadaveri, intendo) per annegamento, ubriachezza o attacchi di diabete fulminanti. Personalmente la cosa risultava un discreto repellente anche per me. Potevo aspettare tranquillamente, tanto, prima o poi, le pere sopravvissute fino al traguardo sarebbero finite sui graticci nel cortile per arrivare a piena maturazione e affrontare l’inverno.
Dalla riva delle pere, subito di fianco al pozzo dotato di pompa a mano che era divertentissimo azionare, partiva una scaletta in leggera discesa pavimentata a sassi di fiume e costeggiata da una siepe di bosso che portava al vialetto poco sotto. Non so se me lo sia messo in mente io da sempre o se ci fosse un fondo di verità, ma l’ho sempre ritenuto un posto perfetto per il proliferare di qualsiasi tipo di serpe: dalla lunga e, per me, terrificante biscia, lo scurzùn, alle temutissime e terrorizzanti vipere, delle quali credo mi sarebbe impossibile determinare la forma triangolare della testa o il disegno geometrico del dorso per il semplice fatto che, alla loro vista, potrei arrivare in una frazione di secondo da Treviso a Brindisi senza passare dal via. E così facevo, infatti. Credo di non aver mai percorso quella ventina di gradini in un tempo superiore ai tre secondi, con i pugni serrati, i denti stretti e la pelle d’oca dappertutto. Ecco, so che qui almeno uno dei miei lettori più affezionati se la sta ridendo e mi considererà un imbranato. Lui che di ofidi potrebbe scrivere un trattato. Ma c’è anche chi ha il terrore delle mosche o delle cavallette. Lasciatemi almeno pensare che qualcuno è messo peggio di me.

Ionnighitar


4 thoughts on “Dieci – Ortofrutta (parte seconda)

  1. sonia Rispondi

    Mi permetto di riportare una lamentela. Mia mamma e mia zia Marzia mi dicono che non è vero che i nonni cucinavano sempre cavoli!!!!!

    1. ionnighitar Rispondi

      Lo credo bene! Solo che a volte i ricordi olfattivi hanno una forza speciale nel farti rivivere attimi del passato. E poi, concedetemelo: immagino vi siate accorti che il mio modo di scrivere cerca sempre di essere scanzonato, nei limiti del possibile. Devo pur colorire un po’ la scena. Non sono tagliato per fare il reporter
      E grazie ancora per avere la pazienza è la costanza di leggermi. Ciao

      1. sonia Rispondi

        Sicuramente sei perdonato. Comunque questo blog mi sta coinvolgendo molto. E ho coinvolto anche mia mamma. Non so se ti ho fatto un piacere, la Enza adesso esplorerà i suoi ricordi e ……saranno cavoli amari per tutti….

        1. ionnighitar Rispondi

          Anche tu sei perdonata
          Vorrà dire che se la tua mamma mi chiuderà nell’angolo mi darai una mano tu per venirne fuori. Non la facevo così tremenda .
          Alla prossima

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