Diciotto – Il cortile del pozzo

Quando si scava tra i ricordi e li si racconta a chi li ha condivisi, come sto facendo qui, capita che si scoprano cose mai sospettate. È giusto, in quel caso, correggere, rettificare, chiarire. La sostanza non cambia di molto, ma anche un dettaglio può essere significativo.
Così, tornando all’argomento Casetta, mi è stato notificato che la richiesta di ristrutturazione e abbellimento fu un’idea di mia cugina Luisa, che evidentemente aveva un certo ascendente sullo zio Federico o che, con buona probabilità, ha saputo risvegliare in lui lo spirito e la predisposizione al fare. Va riconosciuto quindi un merito anche a chi l’idea l’ha avuta e questo spiega anche perché, in effetti, sia sempre stata tra noi la più affezionata e la più attenta al mantenimento di quel piccolo gioiello.
Luisa, nel comunicarmi questa notizia, ha toccato anche un tasto che era già in scaletta dal principio e che riguarda il famoso cortile, quello con la ghiaia, col portico e il pozzo. Una cosa che non sapevo è che quando ancora non avevo l’età della ragione (sempre ammesso che finalmente l’abbia raggiunta), sotto al portico lo zio Giorgio parcheggiasse il suo Galletto (Guzzi). Ricordo bene il suo matrimonio, dello zio, non del Galletto, il che significa che bene o male devo averlo visto anche da scapolo. Ma il suo periodo da centauro doveva risalire a parecchi anni prima.
Per diversi anni, finché non fu abbattuta parte della casa colonica, il cortile era anche il parcheggio naturale di tutti e, obiettivamente, quando i tutti erano tutti non si può negare che fosse un po’ caotico. C’era qualche posto fisso, in un certo senso. Il papà parcheggiava la Giulietta nella parte lunga di fianco al pozzo, al coperto. Lo zio Carlo una delle sue adorate Lancia (per lui automobile era sinonimo di Lancia) o dietro di lui, se poteva essere occupato il passaggio tra cancello e cortile, oppure nel quadrato ghiaioso. Ho un ricordo nitido della Dauphine bianco ghiaccio dello zio Bernardo parcheggiata proprio davanti alla porta che conduceva al guardaroba della nonna, dal quale si accedeva poi alla mitica cucina. Quando eravamo ancora infanti, per lo meno Giulia ed io, succedeva che i nostri genitori arrivassero poco prima dell’ora di cena, di solito il mercoledì per spezzare la settimana. Conoscendo i loro polli, provvedevano ad avvertire per tempo del loro arrivo non con un sms o uno squillo del cellulare (allora il solo che si conoscesse era in dotazione alla polizia, ma non era un telefono) bensì con una strombazzata affidata alle correnti d’aria nel tratto di strada che costeggiava il campo di bocce. Noi, in attesa da un po’, riuscivamo a precipitarci in pochi nanosecondi giù dalla scala facendo i gradini a tre a tre e urlando come forsennati: “primo, primo…”. Non che sperassimo in un trofeo né in un riconoscimento, non che ci fosse alcun merito, ma sotto sotto facevamo le scale a rotta di collo sperando che il papà in arrivo fosse il nostro (io il mio, lei il suo). In questo, credo, consisteva quel grido “primo, primo”. Il premio era quello di avere azzeccato. Quello di vedere arrivato per primo il proprio genitore e saltargli al collo. Con una sottile e silenziosa delusione mista ad invidia quando invece ci vedevamo costretti ad aspettare ancora un po’. Certo, ci fossimo organizzati nel differenziare decisamente il suono del clacson sarebbe stato tutto molto più semplice. Ma un’Alfa che suona la Cucaracha mi è sempre sembrata poco signorile.
Quando la Giulietta era parcheggiata sotto il portico pavimentato a sassi di fiume, specie il sabato o la domenica, il sedermi alla guida e fingere lunghi viaggi completi di inclinazione della testa e del corpo a destra e a sinistra per assecondare le curve diventava uno dei miei passatempi preferiti. In linea teorica strombazzare era severamente proibito, ma qualche volta ci scappava: metti che dovessi avvertire della mia presenza un camion al di là della curva…
Quando la zona contadini era ancora la zona contadini se c’era bisogno di lavare la macchina (ho cominciato da piccolo, mi ci sono cotto le dita per anni e sono stato anche un maniaco perfezionista finché ho scoperto che l’auto è semplicemente un mezzo di trasporto. Ecco perché ho il sospetto di essere maturato almeno un po’), la piccola vaschetta in sassi e cemento completa di rubinetto in ottone era l’ideale. A turno chi voleva rendere scintillante il proprio bolide si piazzava lì, con la comodità della lavanderia a un passo, e cominciava a lavorare di spugna e di canna. La lavanderia, in effetti, non è che servisse più di tanto, dato che nella vasca nessun’ auto sarebbe entrata, ma era così, l’idea della zona lavaggi che forse rendeva più adatto quell’angolo di cortile.
Il cancello grigio che da lì si apriva sul mondo allora era quasi sempre aperto. Tanto ci pensava la Paola a montare la guardia. Non saprei dire quanti pomeriggi abbiamo passato, a turno, la Giulia, la Enza e io a disquisire dei massimi sistemi seduti sulle bocce di pietra ai due lati del portone. Evidentemente erano fresche, per quanto difficile da credere comode e ci consentivano di tenere d’occhio i movimenti della strada, con tutto l’andirivieni di clienti nel negozio della Fiora a non più di cinque metri da noi e della latteria poco più distante.
Sembrerà una fesseria, ma sarei tentato di dire che anche il cortile avesse un anima, una voce, un modo di comunicarci qualcosa.
Il suono della ghiaia rastrellata dal Gildo per riordinare dopo il passaggio di macchine, bici, pedoni, era un qualcosa che mi dava sicurezza, certezze, l’idea che la casa era viva, che un nuovo giorno stava aspettandomi per portarmi gioco e divertimenti.
La vista dei mucchi di ghiaia accumulati ai lati, quando veniva scoperta la terra battuta per affrontare l’inverno (ma perché la ghiaia d’inverno dovrebbe tendere a sotterrarsi poi…) era un segnale. Una specie di fine. Una scena malinconica e un po’ antipatica. La campanella dell’uscita da qualcosa di piacevole che sarebbe presto stata seguita da quella odiosissima dell’inizio delle lezioni.
Poi, con la prossima primavera, la ghiaia superstite, magari con qualche aggiunta per rimpolpare le fila, sarebbe nuovamente stata distribuita ordinatamente e rastrellata, dando il via a una nuova stagione di pensieri leggeri.

Ionnighitar

 


3 thoughts on “Diciotto – Il cortile del pozzo

  1. sonia Rispondi

    Sono la Sonia, la figlia della Enza (manteniamo la caratteristica lombarda dell’articolo davanti al nome, mi dà un senso di appartenenza…) volevo ringraziarla per questi racconti che parlano di passato, e soprattutto per aver ricordato i miei cari nonni Gildo e Paola. Sono cresciuta con loro e, seppure in tempi diversi, ho potuto vivere anch’io la meraviglia del favoloso giardino.

    1. ionnighitar Rispondi

      Ciao Sonia. Il tu è d’obbligo qui, ma è dovuto soprattutto a chi si conosce da sempre (se ti ho vista da neonata in poi mi sa che ti conosco), quindi non darmi del lei che mi fai sentire decrepito. Mi ha fatto molto piacere il tuo commento, ti ringrazio. Ricordo sempre con affetto i tuoi nonni. E il progetto è di scriverne ancora. La mamma, poi, sai che per me è stata una delle prime compagne di giochi, in una combriccola di quattro. Sono contento di sapere che mi leggi e ne approfitto per chiederti di salutarmi i tuoi con affetto.

      1. sonia Rispondi

        Sicuramente…..comunque stiamo diventando tutti assidui lettori del blog…..e non vediamo l’ora di leggere capitoli….allora ciao.

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