Diciassette – Aveva una casetta…

Ne ho già accennato un sacco di volte. Oltretutto, considerata la composizione  dell’uditorio non ci sarebbe nemmeno bisogno di spiegare, ma come si fa a non parlare della Casetta? Vista una prima stesura del post con un’orrenda foto pescata in rete, Luciano mi ha mandato al volo un’immagine. Questo si chiama lavoro di squadra. Eccola qui. 
Nella notte dei tempi, dunque, in fondo al giardino, oltre i castani e affacciata sui pratoni coltivati ad erba e dei filari di vite, c’era una piccola casa composta da un locale a piano terra e uno superiore, adibita a ricovero degli attrezzi agricoli e di vario ciarpame indispensabile per i lavori del contadino. Piazzati lì, probabilmente, perché il trattore era ancora nel mondo dei sogni e fare avanti e indietro con tutti quegli arnesi ingombranti e pesanti sarebbe stato discretamente stupido. Oltretutto, vado per intuizione, a differenza dei giorni nostri, in cui devi stare attento a lasciare anche un fazzoletto da naso usato perché hai la quasi certezza che te lo soffino (notare la sottigliezza del calembour), la sola malavita che transitava da quelle parti era costituita, come già ricordato, dagli “spalloni”, i contrabbandieri incaricati di trasportare nottetempo le bricolle di sigarette dalla rete di confine ai nascondigli in paese. Il che lasciava abbastanza tranquilli sulla possibilità di veder sparire qualche zappa arrugginita o la forca ancora lorda di letame.
Prima ancora, l’ho appreso qualcosa come tre minuti fa, la suddetta era stata lo studio di tale scultore Molinari, che aveva avuto l’intelligenza di appiccicare ai muri esterni le prove e gli errori dei suoi allievi. Visto? Non si finisce mai di imparare. Sia i suoi allievi che il sottoscritto. Grazie a chi mi ha illuminato.
Sta di fatto che un bel giorno il solito zio Federico, vulcano di idee e campione ante litteram del fai-da-te, esperto e capace in tutto o quasi, ti decide tra il lusco e il brusco di dare una destinazione diversa all’immobile. E, fedele alla sua visione delle cose, una volta presa la decisione, ti comincia a passare chissà quanti fine settimana (allora ancora non erano uichènd) a trafficare, costruire, tagliare, inchiodare, pitturare, imbiancare, arredare… insomma, da un cubo di sassi che si era trovato per le mani ti fa saltar fuori un bilocale pozzomunito, servizi en plein air, con balconcino al piano superiore, fregi in legno esterni e interni in stile tirolese, parquet, panche, tavolo nel salone delle feste al primo piano e zona cucina al piano terra con pozzo, pompa a mano (leva rossa) e secchio con catena per attingere acqua fresca. Completa, manco a dirlo, di fornello con bombola di gas e pentolame.
Bene. Ma tutto questo a che pro? Per le sue figlie e i suoi  nipoti. E per la gloria (non è un nome proprio, nessuna della tribù si è mai chiamata così). Quanto ci ha messo? Non ne ho idea, ma tanto, di sicuro. Ricordando queste sue fatiche mi viene in mente una cosa, importante: l’abbiamo mai davvero ringraziato per quello che ha fatto? Ne siamo stati contenti, felici, entusiasti, certo. Ma quanto e quando gli abbiamo dimostrato il nostro apprezzamento per un dono così grande? Forse se n’è accorto da solo. Forse non avrebbe gradito smancerie.
Anche se, nel mio piccolo, ho raggiunto quella che si può definire “una certa età”, ho un ricordo molto vago della casetta prima della cura. Quello che invece mi viene in mente in un arco di tempo straordinariamente lungo richiederebbe forse un romanzo a parte. L’ho frequentata da bambino, se preferite ragazzino, ragazzetto, ragazzo, ometto, ho visto passare di lì le compagnie di tutte le fasce di età, da quella dei miei fratelli, quando arrivavano i loro amici “grandi” e qualcuno aveva anche la compiacenza di accorgersi di me, a quella appena prima della mia quanto a età, alla mia, ovviamente, a quella dei più piccoli (bene o male, poi, le ultime tre finirono col fondersi un po’ per defezione di qualche componente dell’una o dell’altra, un po’ perché alla fine le differenze non erano poi così marcate, un po’ per questioni di cuore (è il mio caso, ma questo si sa).
Beh, ma che ci andavamo a fare? In pratica, di tutto. Mangiare, bere (non era ancora di moda il coma etilico, per fortuna), giocare, ascoltare i dischi, cantare, dire idiozie, far finta di fumare. E, personalmente, fare lo scemo col motorino o la cinquecento. I pranzi allestiti nella casetta o sul tavolo di sasso con le panche proprio sotto i castani… quanti? Quanto divertenti? In fondo in fondo credo, a meno che qualcuno non mi smentisca, che la sola cosa che non sia stata fatta alla casetta sia stata quella di pernottare.
Ovvio che parlo per me, ma mi sa tanto che potrei azzardarmi a generalizzare. La casetta è stata teatro di gioie, dolori, illusioni, batticuore, delusioni, bisticci, ma soprattutto di tante, tante giornate o serate  piacevoli e indimenticabili.
Ogni tanto qualcuno, solitamente di sera, spariva nel buio a far quattro passi, escludo lo facesse in beata solitudine. Ma, fatta salva qualche eccezione, il tutto si risolveva poi in un mesto ritorno nel gruppo, a meditare sul rifiuto incassato o sul fallimento delle tecniche di conquista.
È stata parte insostituibile, alla luce del sole, di appassionanti cacce al tesoro, riparo dai temporali settembrini, specchietto per le allodole e fiore all’occhiello per incantare ospiti di passaggio (a me interessavano più che altro le ospiti, per forza di cose amiche di mia cugina Giulia, data l’età, in qualche caso davvero mooolto piacevoli. Ma data la mia intraprendenza sto aspettando ancora di raccogliere i frutti del loro incanto di fronte a cotanta magione. Credo che archivierò la faccenda senza ulteriore attesa).
Quando, come già detto, entrò in scena la famosa 500DtA, naturalmente solo gli per amici e i parenti più graditi, mi trasformai spesso in taxista a tempo pieno per i trasferimenti da casa alla casetta, per portare avanti e indietro vettovaglie, beveraggi, tovagliame… insomma, devo ammettere che quando qualcuno saltava su a dire che si era dimenticato a casa qualcosa non me lo facevo dire due volte e tiravo la levetta dell’avviamento, pronto a una veloce corsa di andata e ritorno.
Prima, invece, quando ancora ci si doveva accontentare di mezzi meno moderni, il famoso carretto dell’asino Romeo (da non confondere con Alfa Romeo, che è tutt’altra cosa) rappresentava quanto di meglio si potesse trovare. In quel caso prestarsi a fare da guidatore di risciò non era decisamente un colpo di genio. Soprattutto perché non era infrequente trovare qualcuno che con una scusa o con l’altra finiva col mascherarsi da merce deperibile per farsi scarrozzare impunemente.
Sono passati tanti anni. La prima parte del giardino che venne sacrificata fu proprio quella della casetta. Finché un brutto giorno, mi dicono perché non ci sono mai più andato, anche la casetta lasciò il posto a qualche nuova costruzione termoautonoma, doppi servizi, taverna e box abitabile. Tutto passa, sempre. Ma l’averla vissuta, goduta, amata credo sia qualcosa che nessuno comunque potrà mai toglierci. Grazie, con un po’ di ritardo, allo zio Federico.

Ionnighitar


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