Diciannove – Gli allegri bagnanti

Molto tempo fa da quelle parti c’era il mare. Senonché quando dico molto, intendo molto: sul fatto che ci fosse abbiamo una prova certa nei fossili (di conchiglie e pesci, non di formine e secchielli) che un tempo si trovavano anche in giardino, con una buona dose di fortuna. Solo che quando c’era il mare non c’eravamo noi e viceversa.
Però, diciamocelo apertamente, l’estate senza un po’ d’acqua, di sole, di bagnetti, che estate è? Non ci si poteva accontentare dell’acqua piovana di cui l’intera zona è sempre stata prodiga, ci voleva un qualcosa di più che ci desse l’illusione di essere al mare. Quindi? Quindi la soluzione stava nella piscina della zia Giovanna e soprattutto nella sua benevola ospitalità e capacità di sopportazione.
Già, perché la zia, come già accennato, aveva un caratterino, a volte, piuttosto pepato e di sicuro aveva il pregio di non mandare a dire a nessuno quello che pensava. Se qualcuno non le andava a genio non ci metteva né uno né uno e mezzo a dirglielo e invitarlo più o meno delicatamente a ripercorrere la via di casa. D’altra parte, siamo sinceri, vorrei vedere chi avrebbe accettato o accetterebbe di buon grado di avere tutti i giorni una massa di invasori di tutte le età, soprattutto fanciulletti schiamazzanti, a rompere le scatole nel proprio giardino, togliendo ogni possibilità di godere in santa pace della propria piscina, del prato tagliato a spazzola, della piacevole alternanza sole/frescura che la grande vasca azzurrina sa riservare.
Succedeva dunque che a inizio stagione si trepidasse (parlo per me) in attesa che un accenno, un “a proposito” o qualcosa di simile proveniente dalla zia ci fornisse il lasciapassare stagionale per accedere al più grande punto di ritrovo e di svago del circondario. Perdere il diritto a tale privilegio sarebbe stato come venir banditi dalla buona società, ma per guadagnarsi il foglio di via ci voleva tutto l’impegno nel comportarsi male. Io ho sempre fatto del mio meglio (per non essere defenestrato).
Di solito, dipende dall’età cui vogliamo riferirci, si partiva in bicicletta da casa, in due o tre, magari anche di più, armati di telo spugna e costume di ricambio. La strada era abbastanza breve, nemmeno tre chilometri, ma da quelle parti non esiste un tratto di più di cinque metri senza una salita o una discesa, a seconda del senso di marcia. Ragion per cui, se già ci si metteva in viaggio perché il caldo e il sole invogliavano a conquistare un’oasi di frescura, la pedalata ce ne metteva del suo per farci arrivare a destinazione quattro tacche più in alto del livello “accaldato”.
Abbandonato il mezzo di trasporto in un angolo del giardino o appena fuori dal cancello, raggiungevamo il prato della piscina non senza aver salutato la zia Giovanna, se era in vista, per poi fiondarci in una delle tre cabine di legno chiuse da un tendone in cui cambiarci per mettere in mostra i nostri fisici possenti (già verso i quattro anni promettevo bene). La cabina delle signore era quella a sinistra, al centro quella dei maschietti, quella a destra riservata ai padroni di casa e alle attrezzature da bordo piscina.
I frequentatori, tutti villeggianti, coprivano un ventaglio di età che andava dagli amici della zia, ai figli o ai nipoti dei suddetti, ai parenti e a qualche amico dei parenti. Avanzare una richiesta di candidatura alla piscinaggine per qualche amico non era impresa da poco: rischiavi di vederti cancellata anche la tua immaginaria tessera di aficionado. Ma con un po’ di tatto e accortezza non era così impossibile.
Se non ricordo male quelli che sono riusciti a fare quello che di solito si fa in una piscina, cioè nuotare avanti e indietro, sono stati davvero pochi. Forse nelle ore di scarsa affluenza, forse quando l’epoca d’oro era passata e gli ammessi all’eden si erano già ridotti considerevolmente nel numero. Per lo più si giocava, ci si tuffava, dal bordo o dal trampolino, si sguazzava, si restava in ammollo a godersi il frescolino che per osmosi andava a deliziare ogni cellula del nostro corpo.
C’era chi, o per fare lo spiritoso o, più probabilmente, per darsi un tono da macho, si esibiva in tuffi semiacrobatici o comunque capaci di guastare la tranquillità di qualcuno. Era uno dei metodi più sicuri e veloci per sperimentare la franchezza della zia nell’esprimere il proprio vivo apprezzamento.
Dato che la combriccola era così varia, si creava in un certo senso una specie di unica e grande compagnia in cui adulti, giovani, bambini e fessacchiotti si trovavano accomunati per un paio d’ore. Poi, all’ora di pranzo, tutti fuori dai piedi fino all’indomani: il pomeriggio era off-limits, riservato ai padroni di casa e ai pochi o pochissimi ospiti che avevano ricevuto espressamente un invito a tornare nel pomeriggio. Credo non sia mai successo a qualcuno al di sotto della quarantina, se non molto più tardi, quando in piscina ci portai perfino i miei figli. In effetti quello sulla quarantina, allora, ero io.
Prima di rientrare, belli freschi, asciugati in qualche maniera per sfruttare l’effetto rinfrescante dell’aria in movimento sulla pelle ancora umida, prendevamo accordi per i programmi pomeridiani che, chissà com’è, prevedevano in genere un paio di alternative, talvolta tre. Ma questo succedeva quando già si era formata la compagnia di cui facevo parte, diciamo dai dieci-dodici in poi. E buona parte delle volte sapevo che dovunque ci si fosse trovati, che fosse la casetta o la casa di qualche amico o amica in quel di Viggiù, sarebbe finita a chiacchiere con sottofondo della musica sparata da un mangiadischi. Occorre dire che la parte del leone la facevano i Beatles? O pensavate che fossero pomeriggi dedicati al culto dei Pooh?
Detto questo, in sella alla bici o sullo scoppiettante Dingo, si ripartiva per casa, freschi, profumati di cloro (profumati si fa per dire) e pronti a reintegrare con un pranzo sostanzioso tutte le energie bruciate a far niente.

Ionnighitar


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