Dicevamo… amicizia

Nell’ultimo post ho sfiorato (un po’ alla Schettino) l’argomento amicizia. Concetto che certamente non ha un significato universale e comune a tutti. Sentimento che viene vissuto e valutato da ognuno di noi in modo soggettivo e, sempre, che ci piaccia o no, condizionato o almeno influenzato da infiniti fattori. Il più comune, credo, è costituito dai mille cambiamenti che la vita a volte ci porta a subire o a compiere. Per nostra scelta, per necessità, perché se non più single dobbiamo o vogliamo tenere conto del parere e delle scelte di chi abbiamo voluto a condividere la nostra vita. Spesso perché si cambia giro di frequentazioni, perché si cambia atteggiamento nei confronti degli altri a seconda dei successi, della carriera, di molti status symbol che alcuni rincorrono e altrettanti rifuggono.

Ecco perché, e qui per forza devo parlare della mia esperienza, dato che è la sola che ho a disposizione e la sola che conosca a menadito, può capitare che amici di tutta una vita alla fine si rivelino amici di facciata, o amici per pura e semplice definizione, ma in concreto diventino lentamente dei vecchi conoscenti. E nello stesso modo altri, che pure conosci dal pleistocene, che hai sempre considerato davvero amici, finiscano col farti sentire qualcosa di più profondo ancora, di inspiegabile eppure così semplice da capire. Senza bisogno di vederli o sentirli in continuazione, senza che si debba manifestare per forza un’occasione che ti faccia dire: «Ho avuto bisogno, c’era», senza, alla fin della fiera, che debba succedere qualsiasi cosa che dia l’imprimatur a questa definizione di amicizia. So che può capitare anche nelle unioni, nei matrimoni. Quella che era la passione iniziale si trasforma, matura, si cementa in qualcosa di molto più profondo e può, se si è davvero fortunati, continuare ad autoalimentarsi rimanendo passione, ma con qualcosa in più. Mi ritengo molto fortunato, per inciso.

Sono stato ermetico o, più semplicemente, involuto nei miei pensieri? Lo so. E’ che non sempre è semplice rendere con semplicità ciò che in fondo non potrebbe essere più semplice (scrivetevela perché non so se me ne viene un’altra così poetica). Insomma, parlando questa mattina  tra un caffè e diecimila passi con qualcuno che inaspettatamente mi ha lanciato un salvagente sapendo che stavo già ingoiando boccate di acqua salata (il blog non prevede espressioni da caserma), siamo finiti a parlare di questo concetto: l’amicizia, appunto.

E ci siamo detti come ci sia chi ha amici di recentissima acquisizione e li consideri sul serio amici, come ci sia chi ne ha di data precedente al regno di Nefertiti e continui a chiamare amicizia qualcosa che nemmeno si sa più cosa sia. E come ci sia chi, dopo quasi quarant’anni, senza una frequenza esageratamente assidua, non considera nemmeno più o forse non ha mai considerato quelle piccole crepe, quelle sbavature, quelle stranezze che tutti ci portiamo appresso e che tante volte sono la causa di una discussione, di un litigio, di un mandarsi reciprocamente a quel paese o, semplicemente, una spinta ad allontanarsi e raffreddarsi. E chi si trova in questo stato di grazia non deve fare nessuna fatica a sopportare o tollerare… perché non vede né sente che ci sia qualcosa da sopportare o da tollerare nell’altro. Almeno, a me la cosa arriva così. Ecco, io credo che casi come questo, certamente rafforzati dal nostro comportamento, rappresentino una fortuna rara. Quando tu senti che c’è qualcuno che non solo ti dà affidamento perché sai che ci sarà sempre se avrai bisogno, ma che adddirittura senti far parte della tua sfera più intima e sai che anche tu sei considerato davvero “uno di famiglia” – in senso positivo, perché non sempre la famiglia è l’optimum – beh, io credo che l’accorgersi di questa specie di magnetismo e di intesa sia una delle sensazioni più belle che si posano provare.

Facevo l’esempio, chiacchierando, di quello che provo quando, una volta ogni tanto, passo a trovare un mio amico nel suo negozietto, regolarmente arrivando di sorpresa. L’espressione di gioia che gli leggo in faccia è una gratificazione che non può essere né spiegata né raccontata. Infatti, dicevo, ho il sospetto che in fondo, il mio andare a salutarlo sia una forma di egoismo, per godermi quell’attimo di gioia quasi tangibile.

Tra caffè, chiacchiere e passi credo che siano più le cose che non ci siamo detti di quelle cui abbiamo dato corpo. Credo sia spesso così, anche se si è amici, magari perché si ha comunque e semplicemente un filo di pudore o di timidezza nell’esternare i propri sentimenti. Eppure, le cose non dette arrivano lo stesso. Anche questo fa parte del gioco. Però…

Però è da qualche ora che ci penso e siccome so che l’amico che a sorpresa ha condiviso caffè e chiacchiere e podismo passerà da queste parti (nel blog) ho deciso di scrivere queste cose per dirgli grazie. Io credo non sia stato un caso il suo passare di qui (non dico dal blog), ma vorrei, anche se immagino lo sappia, che gli fosse chiaro in modo inequivocabile quanto sia stata importante per me la sua visita a sorpresa. E quanto io abbia apprezzato il dire, il non dire, la sua presenza, il suo tempo che ha voluto regalarmi. Grazie, Di cuore.

Ionnighitar


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