Decisione notturna – Prologo

Una volta sotto le lenzuola, se non si ha la fortuna di crollare di schianto preda del torpore e sentirsi cullare in men che non si dica tra le braccia di Morfeo si corrono grossi rischi. Una cosa da non fare assolutamente (questo almeno vale per me) quando non si riesce a prender sonno è pensare intensamente a qualche progetto, perché se lo si comincia ad accarezzare, cullare, arricchire di particolari e sfumature è finita. Tant’è vero che questa notte, spenta la luce verso mezzanotte e dintorni, l’ultima volta che ho guardato l’orologio prima di trovare, finalmente un po’ di pace segnava le tre e venti. Poi, si dice, la notte porta consiglio e una volta sveglio rivedi e ripercorri le brevi tappe delle tue elucubrazioni, magari trovandole delle solenni fesserie. A volte invece riprendi l’onda dei pensieri e decidi di buttarti nell’avventura.

Ho deciso. Qualcuno, forse, si sarà accorto che mi piace scrivere. Il che, però, ha dei pro e dei contro. Se ti viene facile l’argomento su cui arzigogolare sei a posto, ma quando capita – e oooh, se capita… – la fase di scarsa ispirazione ti senti frustrato e anche un po’ scemo. Vorresti scrivere, diventa quasi uno stimolo paragonabile alla fame o alla sete, ma non sai da che parte cominciare e vuoi evitare come la peste di trasmettere a chi legge l’impressione che tu sia andato a cercarti un argomento qualsiasi, giusto per far fare ginnastica alle dita. Tristissimo. Spesso capita di sentirsi dire: “ma scusa, scrivi un libro, no?” E certo, ovvio, che scemo a non averci pensato. E poi, capirai, non sarà poi così difficile inventarsi una trama, no? Oh, ma stiamo scherzando? Fosse così semplice l’avrei già fatto. Ma se già faccio fatica a inventarmi qualche argomento di conversazione per queste pagine, ve l’immaginate una trama con tutte le sue cosine al posto giusto?
Dice: e vabbè, scrivi della tua vita, no? E certo, prima di tutto perché la mia vita presenta aspetti e vicende interessantissime ai più, come se fossi il Dalai Lama o Al Bano e RominaPauer. E poi, detto tra noi, ci sono cose più noiose delle biografie? Beh, forse sì, le autobiografie, appunto. Però… Però, mi son detto, se tu ti concentri su un certo aspetto della tua vita, se cerchi di racimolare tutti i ricordi che ti legano, diciamo, ad un luogo o ad un evento particolare… E poi, ho proseguito, bene o male so che una certa fetta dei frequentatori del blog potrebbero trovare nei miei racconti e nei miei ricordi lo spunto per rinfrescare i propri. Potrebbero vedere una realtà che hanno condiviso e convissuto, attraverso occhi diversi dai loro. Complicato? Ma no, dai… Signore e signori, da qui a non so bene quando le polpette si occuperanno di un luogo ameno (questa è una licenza poetica, ma dire un luogo e basta mi sembrava triste) e di un lasso di tempo di circa quarant’anni in cui ne sono stato assiduo frequentatore. Dai, su, parenti lettori, devo proprio scrivere che parlerò di tutto quello che riuscirò a ricordare di Clivio e limitofi?
Ecco, già qui vi sarete accorti che ho scritto un nome, seppure geografico. Lo farò, contrariamente alle mie abitudini, quando e se sarà necessario, perché raccontare quarant’anni a suon di iniziali può diventare noioso e complicato.
Quello che ho intenzione di scrivere vorrebbe essere un omaggio a chi (tanti, purtroppo) non c’è più, ma che ha fatto la (mia) storia di Clivio e a coloro che per fortuna sono ancora qui e possono leggere. Tra i primi il primo, concedetemelo, è il mio papà. Gli dedico tutto quello che scriverò, sperando che non si debba trovare a pentirsi di aver messo al mondo un figlio deficiente. Per chi invece mi gratifica delle sue visite e mi legge, spero di riuscire a farvi tornare un po’ indietro nel tempo, a qualche ricordo tutto vostro che magari almeno un po’ si intreccerà coi miei. Ma racconterò di persone e personaggi che avete conosciuto, che cercherò di tratteggiare in modo da rivederne per un attimo e idealmente la figura. In un certo senso i monologhi che ho intenzione di propinarvi potrebbero anche servire per risvegliare una specie di spirito di appartenenza alla tribù, senza comportare incontri o riunioni oceaniche, riavvicinamenti o adunate del “volemose bene” che alla fine si spengono, in genere, con un senso di vuoto infarcito di malinconia e, ahimè, di rinnovata indifferenza.
Nelle mie farneticazioni notturne, quelle in cui ci si spinge a sentirsi Dante o Ken Follet, ho addirittura accarezzato l’ipotesi di ricavare da tutto questo (quello che ancora non c’è) una specie di nanosaga familiare, stampata, rilegata, da regalare a tutti i parenti che vogliano tenersi nel cassetto uno scorcio della loro cliviesità per risvegliarne di tanto in tanto un sorriso o un pensiero affettuoso.
Ho seri dubbi che si arriverà a  questo, per un sacco di motivi. Però niente impedisce che quello che scrivo venga stampato e pinzato con la graffatrice ricavandone almeno un libello. Bello? Bello non so, però un li-bello.
Data la semplicità dell’operazione e, per contro, la difficoltà di recapitare a tutti una copia autografata, lascio a voi la scelta se leggere e dimenticare o archiviare le perle di saggezza che troverete nei prossimi capitoli. Per l’autografo, vedremo. Per ora non ci ho pensato.
Incrocio le dita e spero, davvero, di riuscire a mettere insieme qualcosa che possiate gradire. Si parte.
Ah, dimenticavo: spero che chiuderete un occhio se ritroverete qualcosa che avete già letto nel blog. Ma la mia vita è talmente intrecciata a quella della ridente località della Valceresio che so per certo di avere già raccontato cose che rileggerete di qui a poco. C’è licenza di saltare righe o capitoli.

Ionnighitar


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