Cosa sarà?

Com’è che a volte hai una voglia di scrivere che ti porta via e stai lì a spremerti come un limone e non ti riesce di trovare nemmeno una scemenza da dire? Oddio, mi correggo: scemenze ne ho a vagonate. Ma posso impostare un blog solo sulle scemenze? Dai.. alla mia età? Non sarebbe serio.

Resta il fatto che da troppo non scrivo. E per dirvela proprio tutta non è che mi stia struggendo perché la sera non sapete come fare a trovar sonno enza aver trovato qualche novità tra le polpette. No, no. Somo profondamente egoista in questo: è che proprio mi va di scrivere ma sono in grave crisi di ispirazione. O meglio, sono assillato da tutti e dodici i lati (mai sostenuto di essere un figurino) da problemi che per qualcuno, magari per tutti, sono inezie, ma che a me sembrano montagne gigantesche da scalare. O, per essere più precisi, pronte a franarmi addosso, isole comprese. Quindi, come diceva l’amico George (Clooney) no srenity, no post. Vabbè, se non era così, più o meno si può adattare.

Facciamo così: parlo di qualche strano e non sempre dolce ricordo (anche se a volte malinconico) che in queste sere, chissà perché, mi ha trapassato la cervice inaspettato, riportandomi a tempi molto molto lontani nel passato. Davvero, me ne sono chiesto il motivo ma non ne ho la più pallida idea. Che sia la ricerca di qualcosa di confortante e sicuro come la coperta di Linus? O la ricerca di rivivere, o per lo meno ricordare attimi ben più lievi di quelli che mi capita di vivere quotidianamente? Chi lo sa. Eppure, certi ricordi sono anche dolorosi, mi riportano a momenti che vorrei non aver vissuto ma che purtroppo sono inevitabili, anche se sarebbe bello poterli vivere il più tardi possibile. Magari aiutati anche da una fase di discreto rincretinimento che ti fa capire e non capire.

Per esempio, mi riferisco a qualche ricordo dei mesi che hanno preceduto quel viaggio che papà ha intrapreso e che l’ha portato via per non tornare più. Non si è trattato di un viaggio nel vero senso della parola. E’ stata una corsa veloce, inaspettata e impietosa verso un traguardo che l’ha raggiunto davvero troppo presto e che ci ha lasciati tutti quanti così…… inutile dire come. Io, oggi, ho un anno e quattro mesi più di quanti ne aveva lui quando se n’è andato. E ne avevo diciotto e briscola… Non è una bella cosa.

Ho una marea di ricordi, ovviamente, legati alla malattia così schifosamente veloce e impietosamente devastante. La prima cosa che ricordo è che la mamma, al telefono dall’ospedale, dopo avere evidentemente parlato con i medici, mi diceva di riferire a mio fratello P., che era militare su per i bricchi in Piemonte, di riferirgli che papà aveva quello che lei aveva sospettato. Grande forma dialettica per non farmi capire la realtà delle cose. E cosa avrebbe potuto essere, visto che non lo nominava, una febbere da raffreddore, come diceva Forrest Gump? In effetti nella mia famiglia se c’è una cosa che si può dire con certezza è che le comunicazioni siano sempre state chiare e dirette. (Meglio specificare, non si sa mai, è detto ironicamente. E anche con un filo di polemica).

Sta di fatto che le cose stavano come stavano… e parlando di quarant’anni fa, inutile che vi stia a dire che non ti dicevano: facciamo la radio, la chemio, il porcogiuda, e magari diciamo anche una preghierina. No. Ti dicevano solo diciamo una preghierina. Anche perché era la sola cosa che in teoria poteva darti l’illusione di servire a qualcosa. L’illusione, appunto.

Ho brutti ricordi dell’Istituto dei Tumori, al punto che quasi mi sembra bello ripensare a quando l’hanno rimandato a casa perché tanto… beh, una volta a casa, tu guarda che scemo può essere uno, mi ero quasi convinto che in fondo in fondo ne saremmo usciti. Tutto stava nell’avere pazienza. Non c’è che dire. Ero davvero un’aquila. C’è però una cosa che mi è rimasta scolpita nella mente, che riesco a rivivere ancora oggi come se fosse attuale, che non mi ha mai abbandonato, e che ogni volta mi procura un senso misto di pace, di calore, di conforto.

Bisogna premettere che anche papà, bene o male, pur essendo molto affettuoso e capace di grandi e bei sentimenti, non era portato a una fisicità esasperata. Intendo dire che, se io quando Giaco e Caro erano piccini me li strapazzavo e li strizzavo come due palline di spugna, se con C. il contatto fisico, anche solo la carezza, lo sfioramento della mano, sono sempre stati e sono tuttora rimasti una cosa irrinunciabile, con lui questo succedeva con meno frequenza e intensità, diciamo.

Un pomeriggio, verso sera, ero seduto sul suo letto. lui non si alzava più, io stavo lì a fargli un pochino di compagnia. Non che si parlasse granché, ma era una vicinanza, anche silenziosa, fatta di presenza, di intesa tacita. Senza che me lo aspettassi la sua mano si è alzata, ha mosso il braccio, ha messo la sua mano sulla mia, senza parlare, senza altra manifestazione se non quella di un contatto. Obiettivamente, una cosa da poco. Una cosa da niente. Eppure la cosa che più mi è rimasta appiccicata, come una specie di dolce e piacevole marchiatura a fuoco. Che non mi abbandonerà mai. Guai se dovesse.

Ci ho ripensato un miliardo di volte, da allora. E adesso credo che, se come ho detto mi sono rotolato coi miei pulcini sul lettone, se li ho abbracciati, se ho cercato di stringerli finché non ho avuto l’impressione che fosse arrivato il tempo di un contegno più sobrio, l’ho fatto per assorbire e trasmettere qualcosa che a me è stato donato in una manciata di secondi dal mio papà. Per sempre.

E qualche volta, per non dire sempre, mi rattrista accorgermi che adesso, con quelli che sono stati i miei pulcini, un abbraccio arriva addirittura ad imbarazzare. Mi dispiace. Mi rattrista. Mi addolora. E la cosa ha una e una sola spiegazione, comunque: sono un perfetto idiota.

Ionnighitar


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