Compagnie estive

Dov’ero rimasto? Già, alle stalle, senza le stelle, al fienile, al mestolo gelato immerso nel secchio con l’acqua del pozzo. Come ha scritto Ema in un commento, in effetti posso dire di avere avuto una bella fortuna a vivere quelle esperienze. Per carità, magari sono state molto più terra terra di un corso completo di Judo, di uno stage di tennis o di un corso di vela. Molto meno tecnologiche di una sfida con il Game Boy o con le altre porcherie venute dopo. Ma io sono convinto che siano servite. Per sviluppare la fantasia, per costruire un castello di ricordi fatto di pezzetti di vita che ormai, salvo rari e ricercatissimi casi, non esiste più.

No globalization, no multimediality, no technology. Ma siamo sicuri che questi aspetti che pian piano hanno spazzato via il vecchio siano stati un miglioramento? Io credo che buona parte della mia fantasia, della mia capacità e voglia di sognare, di ricordare, di scrivere e, perché no, di fantasticare, siano anche figlie di queste esperienze agresti che ho avuto la fortuna di vivere così da vicino. Anche se, come era logico a meno che non intraprendessi la carriera dello zappatore, erano destinate a lasciare il posto ad altro. E anche se, vissute anche da altri più o meno nella stessa misura, non hanno inciso così profondamente nella voglia e nel piacere di tenerle vive almeno nella memoria. D’altra parte, mica siamo tutti uguali,no?

Pian piano i giochi e le scorribande con l’Ambroeus hanno lasciato il posto alla formazione e alla intensa frequentazione di una compagnia estiva composta da maschietti (due in croce) e femminucce (quattro o cinque, e agguerrite). Mi riferisco sempre,parlando di queste vicende, a questi luoghi che mi hanno visto nascere, crescere, correre (come i pannolini), che mi hanno visto bambino, ragazzino, teenager, e che poi mi hanno addirittura segnato la vita facendomi trovare la seconda metà di me che ancora dovevo incontrare ma che presto avrebbe cominciato a camminare al mio fianco fino ad oggi. Oddio, adesso come adesso io non sto camminando ma scrivendo appoggiato al tavolo sotto i tigli e lei sta rosolandosi al sole, ma il concetto è quello.

Qui c’era tutta una gerarchia di compagnie, rigidamente delimitate dai dati anagrafici, e non c’erano commistioni o fusioni tra le diverse fasce a meno che, pian piano, una compagnia non si assottigliasse al punto di doversi aggregare ad un altra per non doversi chiamare coppia, più che compagnia. Non che non ci fossero le coppie nelle compagnie, ma quando c’erano era per scelta, non per sfinimento. Per fare un esempio, “prima” della mia compagnia c’era quella dei “grandi” che comprendeva i miei fratelli e una buona parte della mia cuginanza di sesso femminile (devo dire che la mia famiglia qui ha dato un apporto consistente a questi gruppi, avendo sfornato a raffica maschietti e soprattutto femminucce nell’immediato dopoguerra). Va da sé che io da quelli non ero minimamente considerato se non con molta condiscendenza, sopportazione e una certa aria paternalistica. Ma c’era troppa differenza di età perché la cosa potesse turbarmi. Quindi mi lasciava del tutto indifferente.

A metà strada, diciamo, c’era una compagnia che mi è sempre parsa un po’ strana, incompleta, non particolarmente coesa. Certamente più distaccata e supponente di quella dei “grandi”, proprio perché con questo atteggiamento di distacco e superiorità si illudeva di essere, appunto, superiore. Balle. Ne faceva parte, cara la mia lettrice numero uno, qualcuno che conosci bene, un mio cugino, fratello della cugina Giulia, poi confluito per i motivi che elencavo sopra in quella che era la mia compagnia. Mia si fa per dire, ovviamente. E con lui purtroppo una buona schiera di ragazzi e ragazze che non trovo avessero il dono della simpatia. Ma in questo lui, di certo, non sarà d’accordo, se no non li avrebbe frequentati.

Quella che ho chiamato la “mia” compagnia, all’inizio era molto numerosa: eravamo in sei, il nucleo storico. La cugina Giulia, le sorelle P., Vittoria, maggiore di un annetto o due, e la già citata Maghina. Sorelle dotate di tennis, di portico con ping pong e, soprattutto, di mangiadischi. Non sto a spiegare cosa fosse perché cadrei in una lezione di archeologia che preferisco risparmiarvi. Posso però dire che tanto Maghina era caghina, altrettanto la sorella maggiore era…. diciamo che risultava meno avvenente. Ma, si vocifera, intraprendente. Non con me che, perspicace com’ero, mai mi sarei comunque accorto di sue eventuali avances, ma con altri, a quanto pare, sì. Poi, restando nel campo delle fanciulle, c’era la cavallona A.M.G., perenne bersaglio e obiettivo di mie prese in giro o di miei scherzi innocenti (probabilmente ero un ragazzino odioso. Mi chiedo se maturando sia migliorato almeno un pochino). Il solo maschietto che mi sosteneva nella lotta impari con le quattro valchirie era il mio amico M., che è tuttora più che un fratello per me. Con lui credo di avere condiviso tutto o quasi (lo dico senza malizia e con uno spirito che oggi potrebbe voler sottintendere ben altro). Non ho mai condiviso fidanzate (per forza, con tutte quelle che ho avuto io sarebbe stato fresco, poveretto), spessissimo non ho condiviso gusti culinari, musicali a anche femminili (ho detto SPESSO, che non significa MAI), ho condiviso viaggi, vacanze, insomma una valanga di cose. Tutte più che lecite e da personcine ammodino quali siamo sempre stati.

Con l’andare degli anni, senza farla troppo lunga, gli innesti hanno portato un po’ di tutto nella nostra compagnia. Gente che se non fosse passata sarebbe stato meglio, altra che rimpiango di non avere più visto né frequentato; e ancora, il cugino F. di cui dicevo prima. Poi, in blocco o quasi, la compagnia dei villeggianti del paese vicino, mai considerati né conosciuti in precedenza, e così via.

Quest’ultima fusione/incorporazione ha avuto non poca importanza dal punto di vista della formazione di future famiglie, soprattutto quando ha finito con l’allargare la cerchia degli eletti anche a chi, stando all’anagrafe, avrebbe dovuto starsene tranquilla con i più piccoli (ecco che mi pongo nella condizione del presunto “grande” che snobba i minori). E poi, ironia della sorte, causa matrimonio mi sono trovato proprio io ad emigrare nel “paese vicino”.

Insomma, tra una storia e l’altra, tra uno scherzo e un far sul serio si è perfino arrivati a situazioni paradossali per cui due cugini si sono trovati, coi tempi e i modi richiesti dalle fasi del corteggiamento, ad essere in contemporanea cugini e cognati. Non sto a scendere in particolari. Ma guarda caso, faccio parte in prima persona di questa situazione un po’ astrusa.

Ecco, credo manchi ancora solo qualche ritocchino alla saga dei tre paesotti della valceresio. Forse dovrei parlare di motorini, moto, biciclette e poi auto. E, certamente, del paio di magnifici scherzi che abbiamo abilmente giocato alla popolazione ignara, complice la ottusa dabbenaggine di parte della popolazione e del cronista del luogo. Ma questo richiede una trattazione a parte.

Da sotto i tigli per ora è tutto.

Ionnighitar


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