Commiato

Ho voluto essere ottimista, per quanto in questo momento mi risulti difficile come poche altre cose. Forse avrei dovuto scrivere addio. Forse avrei potuto chiudere il blog e metterci una pietra sopra. Usare la parola commiato mi dà l’idea che uno spiraglio resti, che ci possa essere un seguito, cui ovviamente terrei in modo quasi tangibile. E allora, commiato sia. Ma preceduto da un grazie di cuore a tutti quelli che sono passati di qui, che hanno letto le mie divagazioni, che hanno commentato o anche solo apprezzato. E anche a quelli che non hanno apprezzato ma hanno dato un senso al fatto che io scrivessi, perdendo un po’ del loro tempo per leggermi. Il blog non chiude. Molto probabilmente resterà in un limbo blogghico a lasciarsi leggere e percorrere da chi avrà voglia di andare a curiosare in parti che ancora non ha visitato. Ma ben difficimente crescerà. Quasi certamente non continuerà ad alimentarsi di chiacchiere. Ancora più certamente non ci saranno più né ricerca di immagini né altro che lo possa rendere più piacevole da consultare (sempreché lo sia). Questo, almeno, lo stato dei fatti. Oggi.

Insomma, che succede? Ve lo devo spiegare. La situazione mi impone, anzi, sono io che ho cercato in ogni modo di trovare una via d’uscita, di trovare il modo per impiegare il troppo tempo rimastomi a disposizione e, soprattutto, di ovviare a una ormai cronica e consolidata mancanza assoluta di lavoro (e di introiti). Triste faccenda, ma certamente più impellente del dare sfogo al mio desiderio e alla mia passione per lo scrivere. Mi pesa? Non potete immaginare quanto, ma non è il fare qualcosa di concreto che mi pesa. Quello va bene, stava diventando anzi insostenibile il non avere uno scopo concreto nelle giornata. Mi pesa il fatto che, abituato da ormai vent’anni a una gestione del tutto libera e discrezionale del mio tempo, ora le cose prenderanno una piega diversa.

Questo, con ogni probabilità, mi toglierà la possibilità di giocare con il blog. A meno che non lo voglia fare la sera o di notte. Ma non è nelle mie corde isolarmi e avere un’attività tutta mia che penalizzi lo stare insieme a C. la sera. So che un altro aspetto mi peserà: il dover rinunciare, per quanto sia indispensabile farlo, ad avere anche soltanto la sensazione di fare qualcosa di creativo. E non parlo solo del blog, della scrittura, delle immagini. parlo anche di lavoro. Ce ne sono alcuni che lasciano uno spazio alla creatività, alla fantasia, agli aspetti più umanistici, direi, e altri che questi spazi non li prevedono. L’ho già vissuto.

Ho sempre cercato di mettere nel mio blog ogni mio pensiero, filtrato il meno possibile, e lo farò anche  questa volta. Confessando che ho paura. Paura di affrontare un tipo di lavoro che è distante anni luce dalle mie caratteristiche. Paura di prendere una decisione sulla base della logica e della razionalità. Mi è successo in passato di farlo. Al tempo degli studi e poi del primo tempo della mia vita lavorativa. Scelte ragionate, logiche, obbligate non dalle circostanze come questa volta ma dall’opportunità e dal buon senso. Sono scelte che ho pagato a carissimo prezzo per tutta la vita. E che mi hanno in seguito reso molto sospettoso nei confronti di quello che è troppo logico e troppo evidentemente sensato.

Questa volta la situazione però è profondamente differente. Non c’è più spazio per le scelte se non quello, obbligato, della necessità. E so di dovere enorme gratitudine a chi mi sta dando questa opportunità così a lungo cercata raggiunta quando ormai era diventata una meta apparentemente irraggiungibile. Sono grato. Davvero. Chiuderò in un cassetto progetti, passioni, riflessioni, la voglia di parlarne e scriverne. E lo chiuderò a chiave con tripla mandata. Ma almeno per ora non voglio gettare la chiave. Non voglio che il commiato diventi un addio. Sospendere è diverso da rinunciare. Anche se una sospensione diventata regola alla fine prende da sola il nome di rinuncia. Staremo a vedere.

Ionnighitar (dal blog, per il momento, è tutto)


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