Cinque – Shopping

Se c’è una cosa che si poteva dire del paese è che non era il massimo per fare acquisti. Non che ci fosse materiale scadente, è che proprio non c’era nessun negozio, salvo quelli destinati a garantirci la sopravvivenza. Ma erano molto caratteristici e si meritano decisamente una citazione.
Non si può non partire dalla Fiora, che poi era il nome della corpulenta proprietaria della posteria appena fuori dalla porta di casa nostra. Lei e il marito Lino, ex messo comunale, che a suo tempo per me equivaleva a una via di mezzo tra Sindaco e Generale dell’Arma, gestivano uno di quei negozi in  cui, salvo le automobili o le barche da pesca d’altura puoi trovare praticamente tutto.

Era lì che, come dicevo, si apriva il libretto (blu) a inizio stagione. Impadronirsi del libretto era un sistema quanto mai rapido e sicuro per poter comprare qualsiasi cosa. Sperando, ovviamente, che la registrazione dell’acquisto passasse inosservata al momento della resa dei conti.

A parte il fatto che alla Fiora dovrei serbare eterna riconoscenza perché, talvolta, mi gratificava di un osso di prosciutto crudo spolpato ma non a tal punto da impedirmi di fare una succulenta merenda pomeridiana (c’è chi tuttora me lo rinfaccia, ma sarà stato meglio del Kinder Bueno, che tra parentesi non era ancora stato inventato?), la cosa più bella del suo negozio erano i grossi vasi di vetro con il riso, le farine, le caramelle di menta, le Golia sciolte (nel senso di incartate una per una, non liquefatte), la magnesia effervescente. Eh sì, uno dice: “ma scusa, quella la compri in farmacia quando sei imbarazzato…”. Nossignori. Mia cugina Giulia ed io la compravamo sfusa, in cartoccetti di carta pesante grigia e ci facevamo delle merende strepitose senza il minimo imbarazzo. Può darsi che poi ne trovassimo qualche giovamento, quindi potevamo essere tutto meno che imbarazzati, ma questo proprio non lo ricordo. La spesa, comunque, sostanzialmente era la Fiora stessa. Formaggi, salumi, pasta, riso… tutto. Salvo tre cose: il pane, che si comprava dalla panettiera, guarda caso, donnina dai capelli candidi che mi sembrava ultracentenaria e probabilmente aveva la metà degli anni che ho adesso e che era famosa per la cantilena con cui declamava l’importo del conto (cen-tocìnquee), il latte, dispensato dalla lattaia, che strutturalmente era una copia fotostatica della panettiera nonostante non fossero nemmeno parenti e che aveva un negozietto di due metri quadri appena fuori casa nostra, e la carne, dal Serafino. Dalla lattaia, se non ricordo male, Angelo, il nostro contadino portava il bidone o i bidoni del latte dopo averlo distribuito a noi. Lei, poi, credo lo consegnasse alla Centrale di Varese per togliergli tutto quel buono che il latte fresco riserva agli estimatori. Quindi, uno giustamente dice: e allora che ci andavate a fare dalla lattaia? Boh, forse perché tra i ricordi mi sfugge qualche particolare. Da Serafino carni pregiate e ambiente familiare, un bancone in marmo che quando ero piccoletto mi sembrava la facciata di un grattacielo. Che ci rifornisse anche quando passavamo di là solo per il fine settimana l’ho detto, ma anch’io, personalmente o per interposta consorte ho comprato carne da lui fino a che è stato al mondo. Anche quando ero già genitore. Confezionava per i miei figli le “caramelle”, un salamino avvolto in un pezzetto di carta chiuso alle due estremità a mo’ di caramella, appunto. Lo aveva sempre fatto anche con me, quando non arrivavo nemmeno a metà dell’altezza del bancone. Della panettiera ricordo due cose: che vendeva tra l’altro delle sedicenti pesche fatte di una strana pasta soffice, tipo pan di Spagna, coloratissime come se fossero state verniciate, probabilmente schifose all’ennesima potenza, ma affascinanti alla vista, e che a volte quando preparavamo la pizza o le torte in casa dovevamo andare a farle cuocere da lei, non so bene perché. Un forno, in effetti, c’era. Forse era un’esclusiva della nonna e a noi ne era interdetto l’uso. Sta di fatto che si attraversava il paese col manufatto crudo e si tornava con il prodotto fragrante e caldo.

Altri negozi? Beh, il tabaccaio e giornalaio, che non so quanti tabacchi vendesse visto che a piedi in cinque minuti si entrava in Svizzera da tre differenti valichi. Una merciaia e, in tempi antichi, direi nient’altro se non una tiepida concorrenza nel ramo salumeria e macelleria. Col tempo e con l’arrivo di un benessere sempre più tangibile, dovuto proprio alla vicina Cunfederaziùn e al movimento dei lavoratori frontalieri, le attività già affermate videro una significativa evoluzione e un proliferare, anche se modesto, di esercizi. Ci volle un bel po’ perché arrivasse un ufficio postale, due o tre bei po’ perché aprisse dapprima un armadietto farmaceutico e poi una farmacia a tutti gli effetti. La panettiera con la crocchia sulla testa non so se per raggiunti limiti di età o per raggiunto fine corsa venne sostituita da un nuovo esercente di successo, Ettore, importato da qualche paese limitrofo ma davvero abile nella panificazione. Qualche volta anche lui era stato a giocare o comunque a passare del tempo con me e l’Ambrogio, prima di diventare il maestro fornaio del paese. Ricordo un negozio di frutta e verdura, bombole del gas e casalinghi in senso lato. Un barbiere, forse una parrucchiera… e non so cos’altro. Se escludiamo qualche bar. Poca cosa, però, rispetto al vicino paese di lusso che, soprattutto più avanti negli anni, arrivò a contare quasi più bar che sassolini nella ghiaia della piazza. Oltre a questo, memoria esaurita.
Uno dei punti caratteristici del paese, che ricordo con chiarezza, era il piazzale con rimessa delle corriere. Qui, qualche rarissima volta, veniva a fermarsi una bancarella di non so cosa allestendo il mercato più piccolo del mondo. E qualche altra volta si fermava il pescivendolo, che arrivava su una motoretta con una cassetta di legno piena di qualche specie che non penso fosse locale. Spero avesse anche del ghiaccio. Lo so che è un’idea straordinariamente stupida, ma il pensiero di trovarsi nell’ultimo avanposto, in terra di frontiera e di confine, al capolinea per quei bestioni azzurri e blu che venivano da Varese e andavano a riposare in quel grosso e architettonicamente discutibile capannone mi faceva sentire Clivio come un luogo decisamente importante nella storia e nella geografia d’Italia. Per dire come la realtà possa essere stravolta dalle fantasticherie di un bambino.

Ionnighitar


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