Cieli immensi

Oggi mi voglio rovinare… ben tre foto, tre. Poi mi direte se ne valeva la pena o no. Sarei stato tentato, per la verità, di mettere in piedi una specie di indagine sociologica, ricerca di mercato, sondaggio di opinioni… chiamatelo un po’ come vi pare, ma poi mi sarei bruciato un titolo che mi pareva calzasse a pennello. E allora, al diavolo l’indagine. Però, siccome in fondo sono buono, vi dico nell’orecchio quale fosse l’idea originaria. Chiedere a chi fosse passato di qui di buttar giù la prima frase che gli fosse venuta in mente guardando le tre foto a corredo del post. La cui provenienza ormai è nota, se non per il fatto che l’ho dichiarata l’altro giorno, perché c’è scritto in sovraimpressione (bella forza indovinare così eh?).Cielo 1
Sarei stato pronto a scommettere almeno un euro, un euro e venti, che parecchi dei lettori più attenti avrebbero scritto quello che ho deciso di riservarmi per il titolo e che ho preso in prestito da “I giardini di marzo” di Lucio Battisti. Qui di sicuro, o almeno credo, ma non è da escludere a priori, a pensarci bene, il mese di marzo non c’entra. E se per caso c’entra non è, qui posso garantire, il marzo laziale o comunque italico. Piuttosto mi vien da pensare che Battisti abbia preso lo spunto per scrivere che i cieli sono immensi dopo essersi fatto una puntatina in Tanzania. O in Kenya. O… insomma, dove i cieli, in effetti sono decisamente immensi.

Di sicuro qualche pignolo starà pensando che i cieli sono cieli e tanti saluti. Dovunque siano, in qualsiasi stagione o da qualsiasi punto di osservazione li si consideri. Giusto e nello stesso tempo niente di più sbagliato. Il pignolo, evidentemente, in Africa non ci è stato mai. Oh, specifichiamo, non è che io stia sputando sui cieli nostrani o vostrani. Ho visto cieli stupendi e fascinosissimi in un sacco di posti. Addirittura a Milano, checché se ne possa pensare. Ma vogliamo parlare del mare in mare aperto? Della montagna in alta montagna? Dell’azzurro quasi finto, da tanto intenso che può diventare nelle giornate ventose, di una limpidezza quasi imbarazzante? No, non ne vogliamo parlare perché stiamo parlando di atri cieli.

Acqua e cielo

Intanto, anche se nell’immaginario collettivo un bel cielo è un cielo terso ma così terso da essere quasi quarto, obiettivamente è molto più suggestiva una cavalcata di nuvole che si aggrovigliano, si arrotolano, si fondono e si separano vorticosamente creando effetti di luci e di ombre irripetibili e, spesso, inquietanti. Non stiamo parlando di quale cielo ci infonda maggiore serenità, pace interiore, desiderio di starcene a panza all’aria a goderci il sole. Qui ragiono solo in termini di fascino, di spettacolo, di emozione. Quindi, dato che anche la paura, il timore, lo spavento fanno parte della famiglia delle emozioni, credo che un cielo un bel po’ turbolento sia più spettacolare di quello della famiglia del Mulino Bianco.

In Africa c’è un “di più”. Che, obiettivamente, si coglie in misura minore nei cieli puliti, salvo che li si osservi di notte, quando le stelle ti sembrano lì e ti vien voglia di alzare il braccio per toccarle o per tenerle su prima che ti caschino in testa. Quando il cielo è movimentato, trafficato (non parlo di aerei, vedrete in una prossima foto…) un po’ affollato, hai davvero l’impressione che più che sovrastarti ti abbracci, ti tocchi, ti accolga  e diventi un tutt’uno con te e con la terra incredibile che hai sotto i piedi.

Ho scelto queste tre foto perché mostrano tre cieli diversi ma ugualmente ipnotici. La terra gioca tre differenti ruoli, a seconda del suo peso nella composizione dell’immagine. Là in cima la distribuzione è più o meno bilanciata tra cielo e terra, con gli alberi che sembrano messi lì apposta da uno scenografo coi controfiocchi. Tra parentesi credo (ma non garantisco) che si tratti proprio di quegli alberelli che dicevo avere un diametro che se non lo vedi non ci credi.

Nella seconda, con un gioco giocato tra acqua, terra, vegetazione e cielo al limite della perfezione, ho come l’impressione di una specie di soffitto basso, di leggera, impalpabile tenda tesa a proteggere il suolo dalle intemperie. Lo so che è un controsenso, quasi un’idiozia… le intemperie da dove dovrebbero arrivare se non dal soffitto? Ma mi dà questa impressione, che ci posso fare?

Cielo 2

E l’ultima? Beh, l’ultima mi dà due sensazioni forti: la prima, quella di sentire l’immensità di una terra che si estende fin chissà dove, di una vastità che arriva fino al limite della terra stessa, e poi caschi di sotto. La seconda è quella di andare a cercare un riparo. E in fretta, anche. Perché è da un cielo così che, come dicevo nel post precedente, arrivano a raffica le palle da squash. E un semplice ombrello, fidatevi, avrebbe il suo bel daffare a proteggervi.

Ancora una volta, grazie Dottore.

Ionnighitar

 


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