Ciao zia

Ecco, così questa volta te ne sei andata davvero. Quante volte mi hai detto “sono stanca”? e quante “sono stufa”? Non si contano. So che ne avevi tutte le ragioni, da tanto, tanto tempo. All’inizio la cosa mi seccava non poco, facevo probabilmente una faccia scontenta e tu te ne accorgevi e stavi a spiegarmi i motivi della tua stanchezza. Poi, un po’ perché avevi la testa più dura della mia, un po’ perché capivo, ho smesso di obiettare, anche se tra me e me speravo che questo momento tardasse il più possibile ad arrivare.

Ieri, mentre venivano dette parole di circostanza e standardizzate per ricordarti, ho avuto una sensazione strana, ma quasi palpabile. Non sono mai stato proprio sicuro di tutto quello che si dice su quanto succede o succederà una volta arrivati al traguardo. Certo, quasi ogni giorni diciamo che qualcuno da lassù ci vede, ci assiste, ci protegge… Mi sa che lo diciamo per consolarci e farci coraggio da soli. Di certo tanti ci credono ciecamente. Beati loro. Di come vedere queste cose ne abbiamo anche parlato, più di una volta. E ho sempre trovato straordinario il tuo modo immediato, diretto, semplice, di vedere le cose senza il bagaglio inutile e a volte un po’ forzato di chi ha una visione più intransigente e ortodossa.

Beh, quello di cui ieri mi sono sentito sicuro e che mi ha reso meno pesante il sapere che non ti vedrò più è stata la certezza che in quel momento, dopo un numero spropositato di anni, dopo una serie infinita di appelli, richieste e preghiere, avevi raggiunto e, soprattutto, incontrato di nuovo e per sempre, lo zio. Lo so. E non venire a dirmi che non è vero e che mi sono sbagliato. Questa volta non riusciresti a convincermi.

Mi piacerebbe mettermi qui a ricordare con te un sacco di cose, episodi, chiacchierate, ricominciare a parlare di ricette e di esperimenti in cucina. Ma quante volte sono stato viziato all’inverosimile da te, a cena? Anche se talvolta sostenevo che stessi attentando alla mia salute. Il tuo preparare quantità esagerate, insistere per fare la festa a un salame bagnato da una boccia di prosecco, il tutto prima di cena, a volte mi ha messo a dura prova. Ma il tutto poi veniva reso piacevole dai lunghi discorsi fatti sul divano, sia che si trattasse di argomenti leggeri e piacevoli, sia che tu ascoltassi, senza mai azzardare un giudizio, senza pontificare, spingendoti al massimo a dare il tuo parere scusandoti quasi del fatto che ti permettevi di darmi un suggerimento.

Ecco, questo ti faceva davvero grande e speciale: la capacità di ascoltare, di capire, di immedesimarti e di trasmettere in modo discreto ed elegante la tua esperienza per aiutare che si confidava con te a scegliere le strade migliori. Tu sai bene quando, come e perché, a volte anche all’improvviso e chiamandoti praticamente da sotto casa, sono capitato lì a snocciolarti un po’ dei miei guai, delle mie preoccupazioni e delle ansie. Già. Io a te. A te che di guai ne avevi da vendere, di preoccupazioni almeno altrettante. Eppure ascoltavi. Non ti ho mai sentita lamentarti. Non quando mi hai fatto lo scherzetto di sentirti male di notte mentre stavamo chiacchierando da te, ed io ero da solo. Non quando, più di un anno fa, sei caduta mentre stavo salutandoti per tornare a casa, anticipando di qualche giorno la seconda caduta che ti avrebbe costretta a letto fino all’altro giorno.

La tua forza, per sopportare e accettare, era lo zio. Il suo ricordo, il suo pensiero. E’ sempre stato lì, vicino a te, quando me ne parlavi e quando eri da sola, ne sono certo. E’ stata la tua forza anche quando, tanti anni fa, dopo che lui ci ha lasciati, ti sei vista assalita e depredata di ogni cosa da chi, in teoria, avrebbe dovuto esserti vicino e invece ti ha rimosso come un ostacolo, per cosa poi? Per impossessarsi di beni materiali in cambio della perdita della propria dignità. Anche di questo abbiamo parlato: se uno non sa cosa sia la dignità, può perderla? E tu, ancora una volta, da sola, col tempo, hai medicato le tue ferite, ti sei rialzata e hai avuto la forza e il coraggio di perdonare anche chi ti aveva offesa e ferita così profondamente.

Se fossi in grado di far tesoro dei tuoi insegnamenti e del tuo esempio sarebbe una gran bella cosa. Ma lo sai che non ci riuscirò mai. Facciamo così: come abbiamo detto diverse volte, ci provo. Ma non garantisco. Ma lo sai che ancora adesso, dopo anni, mi torna in mente una domenica pomeriggio fatta di chiacchiere, noi due da soli, con la compagnia di una bottiglia nuova di Lagavulin? Mi sa che te lo ricordi eh? Alla fine ne era rimasto un terzo, ma guarda che abbiamo fatto metà per uno, sia chiaro. Tu eri avvantaggiata: se non ricordavi nemmeno più come ti chiamassi avresti potuto sdraiarti sul tuo letto vestita e ronfare fino a nuovo ordine. Io sono tornato a casa. In macchina. Hai presente? Mi sa che anche quella volta ha guidato lo zio, dietro tua raccomandazione.

Sai quante volte mi hai raccontato e ricordato che ho mosso i miei primi passi sul tuo terrazzo? E quante volte ci hai ringraziato perché venivamo da te… Non hai mai voluto accettare, o hai fatto finta di non sapere, che non eri tu la beneficiaria di quelle visite. Ma noi. E questo te lo metto anche per iscritto quest’ultima volta. Voglio vedere come farai ad obiettare.

Non mi sono ancora abituato all’idea sai? Quale? Indovina… Me ne accorgerò un po’ per volta. Ogni volta che avrò bisogno di sfogarmi, o chiedere un parere, di raccontare qualcosa di bello o parlare con una persona saggia che sa ascoltare senza sentire il bisogno di sparare sentenze. Me ne accorgerò, sono sicuro. E non potrò più telefonarti intorno a metà maggio, quando si festeggiano tutte le mamme, per dirti che per me esiste anche la festa della zia. Ma sai bene che me ne ricorderò. Di questo e di tutto il resto, sempre. Ciao zia. Grazie. E salutami lo zio, Perché so che è lì e magari ha letto questi pensieri insieme a te. Un bacio.

Ionnighitar


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