Che barba!!!

Qualche tempo fa ho scritto un paio di post dedicati al nonsense (oddio, non è che gli altri siano poi così più profondi o poetici, ma se non altro sono stati ironici più per caso che per scelta). Invece mi va di riprendere un po’ a veleggiare tra le onde della leggera demenzialità che, spesso poco apprezzata o addirittura snobbata da tanti, mi distrae piacevolmente dalle schifezze e dal grigiore che il tran tran quotidiano non manca quasi mai di riservarci. Specifico, a scanso di equivoci, mi riferisco alla quotidianità del mondo che ci circonda, non a quello che accade tra le mura domestiche, hai visto mai che mi debba trovare a fronteggiare una sommossa famigliare con sit-in di protesta per le mie affermazioni ricche di scontento non meglio definito.

Il guaio, in certi casi, è che lo spunto per partire non lo si trova così, come se niente fosse. Una fonte ricca e inesauribile è lo stare in mezzo alla gente, ascoltare, guardare… è garantito che si trova di tutto e di più. Sinceramente, però, il farmi assumere alle Poste o lo stare alla cassa di un supermercato per trovare materia prima di cui discettare mi pare un po’ esagerato. E allora cercherò di attaccarmi a qualcosa di più “a portata di mano” e vedere cosa ne esce.

La barba. Già, la barba. Per quanto mi riguarda l’ho avuta da giovinottello, direi intorno ai venti e qualcosa, avendola lasciata crescere, se la memoria non mi inganna, in occasione del mio viaggio a Capo Nord. Obiettivamente radersi non era il massimo della comodità in quelle condizioni, ma soprattutto rientrare a casina con un aspetto alla Roald Amundsen faceva molto più figo. Questo almeno pensavo io e i tanti amici e parenti di buon cuore mi hanno assecondato in questa scelta che, a posteriori, posso classificare come un’idiozia assoluta ogni volta che riguardo una mia fotografia dell’epoca. D’altra parte invoco l’attenuante della stupidità che tocca buona parte dei maschietti in età puberale (o post?) e li induce a credere che quelle quattro schifezze di peli radi e sperduti, senza un ordine costituito né una forma che possa essere scambiata per barba dia loro un che di vissuto e di intellettuale (finché non tentano di esprimere un concetto filosofico. Al che, cioè, salta fuori, insomma, ehm… cioè, per dire, no? Nel senso… che… no, sì, ma.. cioè… Forse in effetti la barba sarebbe meglio lasciarla sottopelle e darle il tempo di assurgere all’onore di potersi chiamare tale dopo una bella carrettata di anni. Nel frattempo, cioè… si spera che anche qualche altro piccolo dettaglio contribuisca a dare un taglio più virile e maturo all’insieme. Virile nel caso dei maschietti, inutile dirlo. Anche se a volte ci sono persone di sesso femminile (all’anagrafe giurano che sia così) che farebbero invidia a Capitan Findus. Quand’ero ancora più ragazzetto, in campagna, c’era una maestra del posto, che credo abbia riversato il proprio sapere in alcune decinaia di migliaia di zucche più o meno vuote di chissà quante generazioni, in periodo scolastico o d’estate, coi compiti delle vacanze (faccio parte della schiera, come si era intuìto) che veniva soprannominata “Maria Barbisa”. E siccome in dialetto lombardo i “barbìs” sono i baffi, vi lascio immaginare.

Mi sono spesso chiesto se il modo di dire “l’ho fatta in barba alla maestra”, tipico dei più scafati e impertinenti mascalzoncelli scolaretti di un tempo, fosse stato coniato proprio facendo riferimento alla Maria Barbisa… Sarebbe un bel successo per lei sapere di essere assurta agli onori delle cronache al punto da influenzare addirittura una frase divenuta così comune.

Stranamente ho divagato. Salto in avanti di un numero impressionante di anni e mi ritrovo allo scorso settembre. Per inciso, la barba giovanile ha avuto vita breve, lasciando il posto a baffi dapprima e per un bel po’ penosetti, poi diventati appena appena più dignitosi. Finché… per tre o quattro giorni, a casa, ho affrontato un’impresa titanica: carteggiare e riverniciare le tapparelle (mica tutte, confesso di avere lasciato il lavoro a metà). Cominciavo presto, lavoravo come un… un… chi è che lavora sodo? Un cammello va bene? Ok, un cammello, per tutto il giorno e la sera le braccia, le gambe e la schiena più di qualunque altra cosa urlavano e chiedevano pietà. La notte cadevo schiantato e non avevo nemmeno la forza di svegliarmi per la mia dose ormai abituale di angosce e pensieri ansiotici. Forse dovrei far lavorare di più il mio fisico. Offresi imbianchino.

Insomma, sta di fatto che la mattina, ansioso di riprendere la tortura, indifferente all’aspetto a metà tra il malato e il latitante, trascuravo l’operazione della rasatura. Le altre no, perché un po’ rozzo poteva starci, ma anche zozzo non l’avrei tollerato (e non solo io, sono sicuro).

Finito il lavoro, con quest’ombra più argentea che eburnea a guarnirmi le gote mi son detto: ma vuoi vedere che con il nuovo look anche il resto della vita può assumere aspetti diversi e, magari, più piacevoli? Beh, se siete curiosi posso confessarvi che mi sbagliavo. Ma la barba ormai era cosa acquisita. L’ho curata, l’ho coltivata, senza ricorrere allo stallatico misto equino e bovino in pellet, che mi avrebbe conferito quel non so che di macho campagnolo ma mi avrebbe anche procurato a tempo di record un foglio di via formato famiglia, e sono riuscito a darle forma, aspetto, uniformità e armonia come da tempo immemorabile sognavo. Mi sono guardato nello specchio. Mi sono innamorato di me e ho deciso che avrei tenuto la barba così, a qualsiasi costo.

Credo fosse la seconda o la terza volta che uscivo col nuovo look quando in ascensore ho trovato la signora del primo piano (un’isterica cronica) che mi ha, con il suo tatto connaturato e la delicatezza che le è congenita, fatto notare che con la barba stavo malissimo. Molto meglio senza. E’ lì che ho deciso in via definitiva di non radermi più, anche se la tengo sotto stretta sorveglianza (la barba).

E poi, che diamine. In famiglia l’hanno apprezzata, salvo definirmi intellettuale di sinistra, cosa che non sono, né l’una né l’altra, e poi, sabato scorso, la mia nipote preferita (non confesserò mai quale sia, a costo di farmi torturare) ha apertamente detto che sto benissimo e che avrei dovuto averla sempre. Posso farle un torto? Dovrei piuttosto farle un regalo. Mi accontento di mandarle un grosso bacio ed un sorriso speciale, perché tanto so, lo so, che prima o poi passa di qui.

Ecco. Volevo scrivere tutt’altro, parlare dei modi di dire, delle espressioni curiose, divagare sul tema barba. E come al solito mi sono perso per strada. Lo farò, spero, promitto e iuro. Ma non state a fidarvi più di tanto. Capace che me ne dimentichi. Anche dell’infinito futuro. Ma… l’infinito futuro, a conti fatti, è l’eternità? Mah, va’ a saperlo…

Ionnighitar


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