Champoluc

La sala da pranzo della signora Anna. E chi se la dimentica?

Stavo per mettermi a scrivere di qualche ricordo, così per vedere come funziona e mi sono reso conto di una cosa sconcertante. Ho realizzato che una percentuale altissima dei miei ricordi bene o male è legata al cibo, al gusto, a qualcosa di buono che mi ha lasciato il suo imprinting. In parte questo dovrebbe aiutarmi a capire me stesso (e la mia conformazione), però a pensarci bene è quasi inquietante. Talmente inquietante che ho deciso di non curarmene e di godermi il ricordo, manicaretti compresi.

Qui mi sentivo come a casa mia

Non so come sia, ma mi viene di ricordare gli anni di Champoluc, di cui già ho parlato nella pagina del legno. I profumi, il rumore dell’Evancon (il torrente), l’odore strano della terra o argilla o sabbia che fosse sulla riva del torrente quando andavo a giocare con i miei amici di allora (ne ricordassi uno, mannaggia). Ho passato meravigliosi mesi di luglio all’Anna Maria (allora si chiamava Pensione o Albergo, boh) e lì, coccolato dalla signora Anna e dal marito, l’Avvocato, Ivan, era dura non lasciarsi incantare dal cibo. Credo di aver mangiato soltanto lì dei rigatoni che saranno stati larghi poco poco sette o otto centimetri, con un sugo di pomodoro tanto semplice quanto sublime. Non amo i dolci, ma quando c’era il segreto della dama (salame di cioccolato mai eguagliato da nessuno) perdevo anche l’indirizzo di casa. Fonduta, trotelle (che andavo a pescare insieme all’Avvocato per tutti gli ospiti dell’albergo), cotolette alla valdostana…. Aiutoo. Anche la prima colazione era un’apoteosi. Niente di che, per carità, ma il pane era buono. La marmellata ancora di più. Il burro lasciamo perdere che sennò mi piglia un mancamento. E si mangiava in questa sala tutta di legno, con le sedie a tre gambe, che sapeva di caffè, di pane abbrustolito, di cera solida per mobili e pavimenti. Dovrebbero produrla venderla in profumeria sta mistura ineguagliabile.

Un’estate, avevo cinque o sei anni a giudicare dalle vecchie foto e dalla mia bici Doniselli rossa, eravamo in affitto in un piccolissimo chalet tutto di legno, tendine a quadretti bianchi e rossi, tovaglia in nuance all’inizio del paese, praticamente sul dischetto del corner del vecchio campo di calcio. Intorno, il deserto. Perfetta per giocare a pallone o scorrazzare in bici con i sabot e le braghe di pelle tirolesi. Parecchi anni dopo, tornando a Champoluc che per molto avevo disertato, forse la casetta non c’era nemmeno più e se c’era praticamente faceva parte del centro del paese. Resta forse la casa più carina in cui ricordi di aver passato una vacanza (ma è di sicuro un’impressione falsata dall’età e dal fatto che è stata la prima a piacermi così).

Quando si andava al laghetto delle trote o al tennis, che poi era la stessa cosa, o all’ovovia per il Crest, si passava davanti al bar Rose Alpine. Questo è un ricordo che nessuna pizza potrà mai strapparmi o offuscare. Trancio, non mozzarella ma fontina valdostana, pomodoro e, ancora non riesco a capacitarmene, olive verdi. Per la miseria, allora detestavo le olive verdi. Eppure… E attenzione, a quei tempi non c’erano trecento tipi di olive verdi, nere, viola, piccanti, farcite e chi più ne ha più ne metta. Erano le semplici olive del bar. Quelle per l’aperitivo. Le odiavo ma su quella pizza le adoravo. Andava rigorosamente accompagnata da un chinotto. Verso la fine dei miei soggiorni Champolucchesi sopra alle Rose Alpine stava il mio amico Luigi. Mi era simpatico un sacco. Anche i suoi. E con loro, insieme ai miei, abbiamo anche fatto gite a lungo raggio, oltre che passeggiate in media quota. Una volta siamo stati, credo, al Picolo San Bernardo e dal sig. B. il papà di Luigi, ho scoperto una cosa grandiosa: la carne in scatola, Exeter mi pare, affettata e passata nel padellino con un soffritto olio e cipolla. Alla faccia di Gualtiero Marchesi.

Altra fonte di inalazioni di profumo sublime era la panetteria vicino al negozio della Romana (perché Romana poi non l’ho mai capito. Di nome forse?). Il misto di pane, grissini, forno… non so né posso descriverlo, ma lo sento. Insieme a quello misto di tremila aromi che invece trovavi si dalla Romana (non inquadrabile ma sostenuto da un forte sentore di salumi, prosciutto cotto in testa) sia dalla Silvia. Ecco, questo era un negozietto un po’ più caotico, probabilmnte leggermente meno pulito (eufemismo), con la titolare baffuta e mi pare discretamente scorbutica, che però era una di quelle tesserine che non potevano mancare, pena il crollo della struttura Champoluc.

Il laghetto delle Rane, sopra il Crest

Per polenta e panna (in teoria latte ma… già che siamo qui vogliamo indulgere?) bisognafa faticare un po’, o verso il Crest o peggio verso Mascognaz. Lì il profumo nell’aria era del tutto diverso. Era un profumo inebriante di natura, di erba, di aria, di resina e molto, molto, di stalla. Ovvio, c’erano le mucche e se non c’erano avevano comunque lasciato traccia del loro passaggio con delle torte di quaranta centimetri di diametro. Sul versante opposto la passeggiata più bella, anche dal punto di vista dell’ambiente e del paesaggio, era quella lungo il canale. I corsi d’acqua mi affascinano. In montagna ma a vlte anche in pianura. Ho qualche dubbio in merito all’Olona, ma verificherò. Lungo il canale, nei boschi, trovato qualche spiazzo, si andava alla grande con i panini. Che, se il campo base era una casa, erano ottimi panini e tanti saluti. Ma se la base era la signora Anna non sto nemmeno a specificare… ma come diavolo faceva a rendere sublimi anche i panini? Confesso, ho nostalgia di quei tempi. Di tante cose o persone che a quei tempi c’erano, che avevo, e che presto non avrei avuto più. In questo c’è malinconia, certo. Ma anche un dolcissimo e tenero ricordo che la remota attualità di queste sensazioni rende fortunatamente indelebile.

Il letto dell'Evancon dove era possibile giocare per giornate intere

Ionnighitar


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