Cento. Ottanta. Due.

Avrei dovuto capirlo: i numeri a volte nascondono messaggi, segnali, premonizioni. Vanno ascoltati. Invece ci si pensa sempre dopo, quando ormai il fegato è ridotto a una terrine de la maison e le unghie sono rosicchiate fino alla prima falange.
Centottantadue minuti, sissignori. Per chi è ancora più sensibile al trascorrere del tempo potrei dire diecimilanovecentoventi secondi. Per chi ama la praticità, tre ore e due minuti.
Sto parlando di un periodo della mia vita che ammonta a quanto sopra citato e che posso orgogliosamente dire di aver buttato letteralmente nel … vabbè, là. Complice anche la mia incommensurabile stupidità condita da una buona dose di ansia e solerzia. Ben mi sta.
E dove sta il nesso coi numeri? Sta nel fatto che questa mattina, negli uffici anagrafe del Comune di Milano, che il cielo possa incenerirlo mentre ancora sto scrivendo, alla mia richiesta presso il banco informazioni e dispensatore dei turni d’attesa mi è stato piazzato sotto il naso il biglietto con il numero AC182. Al primo impatto mi sono stupito: “ma come – mi son detto – adesso danno anche i turni personalizzati con le tue iniziali?”. Poi ho realizzato che quell’AC non ero io ma che, con ogni probabilità, stava per Anagrafe Comunale. Come, d’altra parte, altre sigle indicavano servizi differenti e, per fare un esempio, quello del solo ed unico!!! sportello dedicato agli stranieri e a tutte le loro presumibilmente complicate trafile aveva la sigla STR. Che dopo ho realizzato stare per “stranieri”. In un primo momento mi ero fatto un’opinione diversa. Sciovinista. Tra l’altro, l’unica impiegata addetta allo sportello stranieri ha fatto una pausa di quasi due ore. Fortunatamente sono italiano.
Per dirla tutta, il bigliettino a me riservato, oltre a riportare l’ora di emissione, 10,26, diceva bello chiaro quanti disgraziati fossero in attesa prima che venisse il mio turno: 107 tra cristiani, protestanti e di religioni diverse, probabilmente anche qualche ateo. E, si noti, erano 107 solo quelli con le letterine AC. Poi c’erano tutti gli altri. Tempo fa avevo già tentato di ottenere quanto dirò, ma un commesso dotato di buon cuore mi aveva dissuaso, suggerendomi di richiedere il famigerato documento in tempi più consoni. Non c’era urgenza alcuna. Così, fidandomi, ero tornato a casa. Rimandando fino a stamattina. Oggi, invece, la commessa di turno, dopo avermi chiesto l’età e avermi, evidentemente, giudicato non abbastanza decrepito da meritare un corridoio preferenziale, mi ha indirizzato al salone anagrafe con un bel sorriso. Immagino mi stesse già prendendo per i fondelli. L’enorme salone, circondato da sportelli (credo siano una trentina), sembrava rigurgitare clienti in attesa fin dalle piastrelle del pavimento. La distesa sterminata di sedie sembrava completamente occupata, salvo qualche sparuto buco qua e là, cercato da alcuni con l’impiego di cani da tartufo. Eppure, riesco a sedermi. Per un pochino. Poi mi dico: “ma sei scemo? Mica vorrai star qui un’ora e passa ad aspettare, no? Fatti un giro, tanto di tempo ce n’è.” Ed esco. Giro un po’ di qua, un po’ di là, avverto i famigliari, via messaggi, che sono vivo ed ho raggiunto la meta, comincio a camminare senza un programma, nemmeno una road-map a farmi da supporto. E guardo l’orologio, con la maledettissima ansia che mi porto appresso in continuazione. Sono convinto di aver fatto ottanta chilometri e invece cammino solo da venti minuti. Eppure… sarà meglio fare ritorno, mi dico.
E così faccio. Rientro, conquisto un posto a sedere, alzo lo sguardo al tabellone. Mancano ancora circa novanta numeri. Non è stata un grossa pensata tornare. Devo dire che a scuola ero bravino in matematica. Quindi, avessi fatto mente locale e quattro conti semplici semplici, avrei realizzato di potermi andare  a prendere un caffè irlandese a Dublino e far ritorno per tempo. Invece no. Ormai son qui, aspetto. Come quando, avendo il telepass in autostrada, mi faccio scrupolosamente tutta la coda più lunga perché lì sono e lì devo restare. Un genio!
Mentre aspetto, la prima cosa che noto è che il rapporto occidentali/non occidentali è cambiato in modo impressionante. Non fosse che conosco bene i dintorni del Duomo avrei potuto pensare di essere nel Senegal o in qualche città del Maghreb. Poi noto chi sta svaccato sulle seggioline traballanti scocciando chi gli sta vicino (io), chi parla ad alta voce dei fatti suoi con qualche compagna di sventura o con l’amica al cellulare allietando il vicinato (di cui faccio parte). E soprattutto noto qualche impiegato che, mentre conto uno ad uno i numerini, si distrae parlando col collega dello sportello vicino o sta a dare ascolto ai soliti furbastri che, tra un numero e l’altro, si fiondano al banco per strappare consulenze gratuite e non programmate, dilatando in maniera insopportabile l’attesa dei disgraziati che aspettano ordinati. Non so chi incenerirei prima.
Dopo una vita, un intermezzo di brividi e suspence: un tizio attempato, discretamente male in arnese, ma apparentemente sobrio e padrone della lingua, alza la voce non so perché con un’impiegata e poi col direttore, che ha fatto chiamare. Un’escalation di battute e risposte, la richiesta delle generalità fatta al direttore per poterlo denunciare e la risposta che la sola cosa che può comunicare è il suo numero di matricola. Come un marine catturato dai viet-cong. Il tutto si conclude con eleganti e coloriti apprezzamenti sul nostro sindaco, che condivido pienamente.
Intanto il tempo scorre. Qualche numero chiamato non risponde all’appello e ripongo le mie speranze in queste defezioni. Però si avvicina l’ora di pranzo. Io controllo gli sportelli che chiamano i numeri AC (sei inizialmente, poi quattro, poi due… fino a soltanto uno) e vedo che pian piano tutta la cornice di sportelli intorno al salone va incontro alla desertificazione. Quasi tutti a pranzo. Un diritto, certo. Ma porcaccia di quella miseria, organizzare in modo da fare due turni di pranzo sfalsati e, diciamo, far sì che almeno tre sportelli per tipo restino aperti è così difficile?
Mi rassegno. A casa probabilmente hanno già chiamato gli ospedali perché là dentro non ho segnale e non sanno se io sia vivo, morto o se mi abbiano arrestato. Intanto aspetto. Ne mancano dieci, dai. Lo sportello superstite incappa in una di quelle pratiche lunghe mezz’ora. Ci voleva proprio… Riprende, faccio il conto alla rovescia. Però, ecco che rientra il primo che si era allontanato. Rinasce la speranza. Manca solo qualche numero… due o tre chiamate a vuoto. Tocca a me. Guardo l’ora. 13,28: centottantadue minuti. Tali e quali al mio numero di chiamata. È destino.
Dunque? Tre ore e due per far che cosa? Per rifare la tessera elettorale ormai completa. Roba di un minuto. Con un’aggravante: l’impiegato (cortese e simpatico, devo dire, ma aveva appena finito di pranzare) mi spiega che ormai la tessera non serve più a un accidente. Dice che basta presentarsi con un documento. Ovviamente non c’è scritto da nessuna parte, in rete non ho trovato conferma, ma non ho ancora guardato il sito di Zalando o di Autoscout24.
Io la tessera la voglio a tutti i costi: ho dato tre ore della mia vita e la voglio, fosse l’ultima tessera che avrò da qui all’eternità. Ho qualche consiglio da darvi, però: in primo luogo, se potete evitare di andare in Comune a Milano, fatelo. Ci sono le sedi decentrate. Non saranno mai così assurde. O almeno spero.
In secondo luogo, provate ad informarvi… magari è vero che la tessera ormai è inutile. Se così non fosse, se anche la vostra è esaurita, piuttosto lasciate perdere, non votate: specialmente nei referendum è ormai più che palese quale sia la considerazione per il nostro illuminato parere. Tempo sprecato.

Ionnighitar


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