Brevi dall’orto

orto a maturazioneEggià, a guardar bene di tempo ne è passato e non ho dato notizia veruna degli sviluppi e dei successi o disfatte legati alla mia attività di coltivatore diretto. Mi autogiustifico col fatto che di cose più o meno gradevoli (praticamente solo meno, molto meno) ne sono successe. Ho avuto il mio bel daffare e il blog è stato trascurato. Infatti l’altro giorno mi ha mandato tramite il bloglegale una raccomaildata di diffida elencando puntigliosamente tutte le mie mancanze e trascuratezze e minacciando di entrare in sciopero o, peggio ancora, di diventare una specie di cassa di risonanza per le prodezze musicali dei Pooh. Vi pare che non sia un motivo sufficiente per riprendere in mano la tastiera e sproloquiare un po’, giusto per metterlo a tacere?

Bene, torniamo quindi ai fasti vegetali. Là sopra ho schiaffato l’ennesima fotografia delle mie coltivazioni. In questo modo si può seguire tutta la cronistoria, a partire dalla durissima crosta terrestre arricchita di puzzolentissimo letame in pellet, per passare alle diverse fasi della crescita (infanzia, adolescenza, teenagerismo, stupidera, giovanottellismo, ragazzismo, pseudomaturità, senescenza). No, la senescenza ancora no, se no salto addirittura al mese di ottobre, alle foglie dorate, rossastre, brune e poi cadute e ci perdiamo tutti i colori e i profumi. Non funziona così.

Adunque… sul basilico poco da dire. Cresce, è accettabilmente buono. La mia nonna genovese l’avrebbe spedito diretto diretto sulla concimaia perché ha le foglie che sono almeno il quadruplo in grandezza di quanto prescrivono gli standard della perfetta cuoca ligure. Amen. La nonna, povera, non c’è più da quel dì. L’orto non si trova in provincia di Genova né al centro del Tigullio. Quindi, o va bene così o lo teniamo così. Ma è buono, dai. A volte ho l’impressione che qualche foglia sia leggermente coriacea. Prenderò solo i getti nuovi, contrastando così anche la maledetta fioritura che tutto snatura e svilisce (a livello di cucina). Di fianco al basilico, i peperoncini piccanti per ora danno notizia di sé solo a mezzo fogliame. Bello verde intenso, per carità, ma sarebbe più bello se prima o poi sputazzassero fuori qualche fiorellino e, di conserva, i peperoncini (non di conserva nel senso di conserva… insomma, di conserva).

Invadono la zona, purtroppo, i cetrioli, qualità digeribile. Non mi piacciono granché, ma devo onestamente ammettere che sono digeribili sul serio. Sono più sottili di quelli cui siamo abituati all’SSSSSSSS (l’Esselunga), verdi scuri, un po’ incerti nella forma, con strano andamento sinuoso. Grande successo delle cipolle di Tropea, nelle versioni tonda e oblunga. Non sapevo come fare per capire quando decidere di raccoglierle. Mi ha illuminato l’agronomo di famiglia, venuto in visita da Bologna, che mi ha fatto notare come il rinsecchimento della parte aerea (i gambi fuori terra) sia indice di cipolla pronta alla raccolta.

Le insalate. Strepitoso successo della rucola, che ha soffocato la valeriana, notoriamente più timida e meno prepotente ma, soprattutto, seminata non per propria colpa a ridosso della consorella più nerboruta. E’ stata sfruttata a dovere, buona, ma come si diceva, è andata in fiore e a quel punto è diventata coriacea e un po’ antipatica. Non riuscivo a intravedere un punto di intesa tra me e lei. Ho deciso per una tosatura a zero. Non mi pare sia qualità da taglio, quindi se ne riparlerà l’anno prossimo, dopo una più assennata semina. Le qualità a cespo hanno avuto un successo discreto, senza esagerare. Poi, maledetto lui, pare si sia aggirato in zona un gatto (li amo più o meno quanto amo i Pooh) che, stando alle voci di popolo, deve avere scambiato la zona delle insalate per la toilette dl locale. Sono stati presi due provvedimenti: ignorare l’esistenza delle insalate e piazzare bottiglie piene d’acqua in mezzo alle piantine. Pare che i gatti fuggano inorriditi: preferiscono le bottiglie di cedrata. Staremo a vedere.

I pomodori (due qualità) stanno preparandosi ad invaderci. Per ora sono tutti verdi, non fritti né alla fermata del treno. Ma sono tanti, aiutatemi a dire tanti. Il che, as usual, comporterà che vadano a maturazione tutti insieme mettendoci in seria difficoltà. Amici e parenti sono allertati. Incredibile, comunque, vedere con quale velocità crescano le piante. E a proposito di velocità, il record alle zucchine. Tante, buone, se non stai attento la sera sono grandi quanto un fagiolino e la mattina dopo sembrano bombe d’aereo della seconda guerra mondiale. Il tappeto di foglie che formano ha dell’incredibile. Pare di essere in Amazzonia. Le zucche seguono a ruota. Anche loro con una distesa di foglie inquietante e invasive come i testimoni di Genova (ho detto di Genova, così nessuno può accusarmi di alcunché). Ce ne sono parecchie, per ora delle dimensioni di una palla da tennis o di una boccia. Ma anche loro crescono in fretta e ci conto… grande cosa la zucca. Grande schiera quella della gente che ne è totalmente sprovvista.

Una melanzana ha già avuto l’onore della raccolta (non so se lei sia ne stata onorata, ma per non saper né leggere né scrivere è stata portata a casa. Troneggia in cucina. Prima o poi le faremo la buccia, o la pelle, che è lo stesso. Cosa rimane? Ah sì, i peperoni, rossi e gialli. Per ora indistinguibilmente verdi. Ce n’era uno, poi due, poi tre… adesso sono davvero tanti, di grandezza diversa. Spero che non replichino l’invasione dei pomodori. Bisognerebbe inventare piante che fruttificano a rate. Se no è un casino vero.

Ecco… a grandi linee mi pare che sia tutto. Non parlo delle erbacce perché in questo blog sono bandite le espressioni volgari e il turpiloquio. Vi lascio immaginare. Solo alla base dei peperoni ho adottato un sistema copiato da una signora svizzera esperta di coltivazione biodinamica: ho sparpagliato erba tagliata subito divenuta fieno. Impedisce la crescita delle infestanti, mantiene l’umidità del terreno e, se decide di marcire, si trasforma in concime. Bene, brava, bis. Il bis su tutte le zone, ma l’anno prossimo.

E chiudo con una notizia sensazionale. Da settimane verso le sette o le otto di sera il prato è attraversato da un riccio di una bellezza imbarazzante e di una simpatia ancora più sorprendente. Sabato però non si è visto. Eravamo preoccupati. Tutto può succedere. Già, anche il fatto che la domenica sera riprendesse a scorrazzare da padrone in lungo e in largo con una variante: i ricci erano due. Fantastico! Avrà trovato una moglie? Un’amante? Una badante? Sarà gay e… Ma chissenefrega. Vederlo mi dà una tale gioia che non voglio nemmeno sapere se ascolta i 78 giri dei Pooh.

Ionnighitar


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