Atmosfere d’oltreconfine

Torno a ragionare sulle mie letture recenti, in primo luogo confermando che Carlo Lucarelli non è nella mia “top thousand”, anche se resta un’ultima possibilità, avendo io incautamente fatto scorta e restandomi ancora un titolo da esplorare. Però parto male, ormai prevenuto, quasi certamente azzoppato di quell’attesa/curiosità che mi prende quando sto per affrontare un autore che è riuscito a piacermi o, per lo meno a restarmi appiccicato per almeno quaranta secondi dopo la parola “FINE”. Non è questo il caso, mannaggia. Ma per testardaggine più che per convinzione, mi sa che prima o poi farò fuori anche l’ultimo titolo. Almeno poi potrò archiviare la pratica e dedicarmi ad altri.

Nel frattempo ho deciso, pur apprezzando la praticità e la comodità dell’e-book, che mi ipnotizza anche nelle pause brevi di non-lettura trascinandomi nel vortice del sudoku, di alternare un po’: il contatto fisico con la carta e, mia fissazione al limite del maniacale, con la copertina rigorosamente plastificata opaca mi manca. Stavo quasi pensando di far plastificare (opaco) il mio Kobo, ma mentre lo pensavo mi sono reso conto che forse uno dei motivi che me lo rende gradevole è proprio quella sua superficie quasi satinata che, se chiudi gli occhi, può farti pensare a una delle copertine che mi piacciono così tanto. Certo, non sono ancora riuscito a sfogliarlo nel senso tradizionale della parola, ma vedrò di organizzarmi. Nel frattempo terrò il piede in due scarpe per un po’.

Insomma, quello che avevo intenzione di fare era riflettere su un altro autore capitatomi a tiro per puro caso, specializzato, tanto per cambiare, in pseudo-polizieschi all’acqua di rose, che ho trovato leggibile anche se un po’ “deboluccio”. Nel senso che le sue trame, i dialoghi, le caratterizzazioni, mi lasciano sempre un certo non so qual senso di incompiutezza, mi danno un’impressione di evanescenza e di scarsa aderenza alla realtà. E questo è in contrasto violento con un altro aspetto stranissimo che invece mi ha stupito in senso favorevole.

Devo premettere che il motivo che mi ha spinto a cercare questo autore è il fatto che ambienti nel Canton Ticino, leggi Cunfederaziùn Elvetica, i suoi romanzi. E con il Ticino, Tisìn per gli amici, io ho un conto aperto (sfortunatamente in senso metaforico e non in banca), un legame adottivo costruito mattone su mattone avendo passato non so quanti mesi, settimane, giorni, ore (gli anni li so ma li taccio per pudore) in campagna, un piede in terra italica e l’altro quasi sulla linea di confine. probabilmente tutte le auto che ho posseduto sono state alimentate per il settantapercento da benzina scvizera e per il restante quasi trenta da benzina italiana. Dal che l’attento lettore, dotato di spirito investigativo, dovrebbe dedurre che qualche volta sono espatriato anche verso altri Paesi e che non ho mai posseduto un’auto a gasolio, gpl, metano o pedali, salvo quelle pre-patente.

Insomma, questo autore, all’anagrafe Andrea Fazioli, ha un pregio, questo volevo dire. Un po’ per come scrive, scegliendo termini ed espressioni che forse un italiano non userebbe, un po’ per il modo di ragionare che attribuisce ai suoi personaggi, un po’ per i dialoghi, molto per le descrizioni anche non descritte, chissà com’è, ma mi fa sentire, vivere, respirare un’atmosfera di Canton Ticino che mi ha lasciato stupefatto.

Lo so che sembra una contraddizione. Ho appena finito di insinuare che ho trovato poco coinvolgente la narrazione, che a volte l’ho vissuta quasi come qualcosa di forzato, poco spontaneo, al limite del manieristico e adesso dico che mi ha trascinato nel gorgo della ticinesità. È vero, porca l’oca. Questo è il mistero Fazioli. Mi piace? Non mi piace? Mi prende? Scivola via come l’acqua fresca? Non so rispondere, vostro onore. Eppure so che leggendolo – e non solo perché nomini località a me ben note – mi fa sentire spesso seduto al tavolaccio di pietra o di legno di un “grotto” a bere una birretta o mangiare una polenta cotta sul camino. A volte mi fa sentire a passeggio in via Nassa o in piazza della Riforma, a Lügàn e mi fa respirare quell’aria così diversa e particolare che da sempre, come per magia, mi investe come attraversassi una barriera invisibile ogni volta che passo il confine. Lo so che sembro scemo, ma sono … tot anni che ci penso, ogni volta. L’ultimo metro in terra d’Italia può essere differente dal primo metro in terra rossocrociata? Si, capperi, può. E non solo perché è più pulito e ordinato, quello è un dettaglio. È così, e basta.

In definitiva, ecco, questo è il grosso pregio di Fazioli: riuscire a creare un ambiente e un’atmosfera così scvìzeri che un italiano non saprebbe replicare. Non mi importa sapere se la cosa è voluta o succede per caso, come in fondo credo. Ma è un dato di fatto. Ed è tutt’altro che sgradevole. Se non altro inconsueta.

Inonnighitar


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