Atmosfera… bassa

guareschiForse mi dovrei preoccupare: qualche volta mi succede di tornare con la memoria a periodi ormai lontanissimi nel passato, che hanno lasciato ricordi estremamente piacevoli e, evidentemente, indelebili nel mio neurone.

Fortuna che non ho fatto la campagna d’Africa e non ho contribuito a spezzare le reni alla Grecia, se no il blog potrebbe correre il rischio di diventare una specie di sacrario dei ricordi e soprattutto una chiara testimonianza della veloce avanzata di quel signore tedesco che fa perdere la testa a tanti, non solo alle signore… come si chiama? Ah, sì, Alzheimer.

Quello che trovo sia positivo in queste strane reminiscenze estemporanee e non volute è che, come ho detto, risvegliano quasi sempre e soltanto esperienze liete e momenti di spensieratezza. Se non fosse così, se capitasse il contrario, mi impegno formalmente a censurarne il trasferimento nella forma scritta. Ci mancherebbe pure che mettessi le basi per una fuga di massa dei miei accaniti e insaziabili lettori.

Vabbè: fatto il consueto cappello, sono indeciso tra due filoni. Da un lato, ricordi di campagna in salsa casalinga, ambientati cioè in quella che ormai è la mia seconda patria. Per intenderci, quella località mondana e turistica che ha come massimo pregio quello di trovarsi sul confine con la Cunfederaziùn Elvetica. Il che comporta due aspetti positivi: il pieno di benzina con la soddisfazione di spendere meno che in Italia, fosse anche questione di centesimi, e, sopratuttissimo, la possibilità che mi è stata data nel tempo di raggiungere un affinamento nell’uso dell’idioma cantonale che oggi può farmi dire con orgoglio: «Sono di lingua madre italiana e di lingua zia ticinese (zia solo perché di mamma ce n’è una sola)».

Mi sa invece che sceglierò di rispolverare l’altra vena di ricordi, sempre legata alla campagna, ma ad un altro tipo di campagna. Un ambiente che, un po’ grazie a letture macinate e rimacinate in gioventù e non (vedasi alla voce Giovannino Guareschi), un po’ grazie a un paio di occasioni di soggiorno in epoche diverse della mia vita, ha impresso nel mio subconscio un fascino che resiste a dispetto del fatto che io quell’ambiente non lo bazzico praticamente mai. Da parecchio tempo, per lo meno.

Quanto alla suggestione Guareschiana, indipendentemente dal fatto che GG è spesso considerato un autorucolo da oratorio grazie alla pessima trasposizione cinematografica dei sui romanzi e indipendentemente dal fatto che chi lo considera tale dimostra che: 1. Non l’ha mai letto, 2. Non ha capito una sola virgola, trovo che la sua capacità di farti entrare e sprofondare nell’atmosfera e nell’ambiente della bassa parmense abbia qualcosa di magico.

Davvero, senza polemiche sterili e senza stare a citare il fatto che, dopo stroncature e boicottaggi nati da una visione miope e ottusa dettata dalle tifoserie politiche, è diventato uno degli autori italiani più tradotti e conosciuti nel mondo, mi sento di suggerire di cuore a chi non l’abbia mai frequentato di leggerlo. Se riesce, cercando di dimenticare i vari Don Camilli e Pepponi visti al cinema e miliardi di volte in tibbù, e cercando di coglierne la poesia, l’umanità e la profonda onestà intellettuale.

Con un giro di parole (circa cinquecento) sono arrivato a dire che mi piace ricordare e rivivere le atmosfere della “bassa”, che sia parmense, piemontese o lodigiana poco importa, la “bassa” è l bassa e basta.

Con le sue giornate estive torride che ti spaccano la zucca, le sue brume e nebbie di primavera o d’autunno, le gelate che ricamano di pizzo bianco le distese dei campi invernali a riposo. Dai, cavoli, la nebbia è una bestia schifosa se devi viaggiare in autostrada, ma se sei a piedi, su una strada di campagna, e non è nebbia-nebbia ma quel velo ovattato che dà un effeto “flou” agli alberi e alle cose… insomma, a me piace. So che a molti fa schifo, ma per fortuna non siamo tutti uguali. O no?

Dicevo dunque delle mie due esperienze più vive nei ricordi. La prima credo risalga ai tempi della terza elementare o giù di lì. Ospite per tre o quattro giorni dopo la fine della scuola da un compagno il cui papà aveva una cascina enorme con mucche, tori, annessi e connessi da qualche parte, credo verso Cremona o roba del genere. Ci sono particolari che riesco a rivivere come fossi stato là la settimana scorsa.

I tori per esempio, immensi e ingigantiti anche dal fatto che non ero immenso io. La stalle che, all’avanguardia, aveva un impianto di mungitura automatica (oggi senz’altro ridicolo, oggi le mucche producono direttamente in tetra-pak), le corse sull’aia, che ricordo poco più piccola della piazza del Duomo (forse un po’ più piccola era, in effetti), i contadini, il bagno serale prima della cena, in una stanza da bagno che era una piazza d’armi. E noi, elegantissimi, in vestaglia da gentiluomo di campagna (sugli otto/nove anni), che dopo cena potevamo ancora uscire un pochino a respirare l’aria della bassa evitando di sporcarci come avevamo fatto per tutto il giorno.

Un’atmosfera molto simile l’ho assaporata una decina di anni dopo, quando in preparazione della maturità sono stato invitato (eravamo quattro o cinque) nella casa di rurale di una compagna nei pressi di Parma. Stesse emozioni, stesse sensazioni, stesso piacere sottile e inspiegabile nel sentirsi immersi in questo ambiente un po’ misterioso, un po’ ipnotico, molto rilassante e terribilmente affascinante.

Ecco, in questo caso devo dire che non facevo il bagnetto la sera prima di cena, o se comunque lo facevo la sera ero io a deciderlo. Non scendevo a cena in vestaglia scozzese. Non passavo la giornata a correre e rotolarmi dappertutto conciandomi come un maiale. Il programma di greco e quello di fisica non lo permettevano. Ma stavo bene. Davvero bene.

Forse da queste esperienze è nato il mio amore per la bassa, che alla fine ho potuto coltivare così poco. Da questo o… ecco, un altro ricordo vivo: Essendo automuniti (nella seconda delle due vacanzine) una visita a una fabbrica di salami a Felino non ce l’ha potuta impedire nessuno. Grande, indimenticabile esperienza. Rinnovata periodicamente se non altro con golose scorribande tra le fette della suddetta specialità. Che, per inciso, si chiama così appunto perché prodotta a Felino e non perché composta da carni di gatti inspiegabilmente spariti dal focolare domestico. Così, giusto per chiarire il dubbio.

Ionnighitar


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