Aridaje

Essendo passati un paio di giorni dagli ultimi brontolii di disapprovazione contro qualcosa o qualcuno, temevo si pensasse che ho deciso di appiattirmi su una posizione di tolleranza e di accettazione di usi, locuzioni, espressioni, assassinii della lingua italiana senza più impugnare la matita blu. Erore (co’ una ere sola).

Credo che questo post sarà più stupido del solito, ma che ci posso fare? E’ da quando questo blog ha visto la luce che mi sono imposto di sbattere giù qualsiasi cosa mi passasse per la testa. E ormai sono troppo attempato per cambiare rotta (lo so che si è sempre in tempo a cambiare, ma se lo ammettessi cadrebbe tutta la teoria alla base del lamento perpetuo).

Con chi ce l’ho? Per esempio con una decerebrata che non so chi sia né mi interessa saperlo, che aveva un piccolo ruolo, se non sbaglio, nel programma tibbù “The Voice”. Certamente non un ruolo di peso: credo dovesse fare da portavoce a eventuali commenti o messaggi raccolti in rete o via sms, piuttosto che stimolare il pubblico casalingo a darsi da fare nelle votazioni o nel far comunque sentire le proprie preferenze per uno dei gladiatori canori in lotta nell’arena.

Sta di fatto che, e vi garantisco che nel sentirla mi è cascata la mascella, nello spronare il pubblico a scaricare dalla rete i brani preferiti per dare un chiaro segno di gradimento si è involuta in una sequela di “downloadate”, “downlodati”, “downlodiamo”, downlodando” che, se non fosse che poi ci avrei rimesso io, avrei sparato nello schermo per farla tacere. Ma dico io, razza di minorata che non sei altro, ammettiamo anche che ti abbiano istruita in quel senso, se ti avessero detto si sparare una sequela di ruttini in diretta, l’avresti fatto senza batter ciglio? Voglio sperare di no. E allora… per lo meno datti una regolata. Un downlodare basta e avanza.

Allora, DICO, tu che con molte probabilità saresti predisposta a scivolare miseramente su un congiuntivo o un condizionale, come purtroppo succede tutti i giorni nei telegiornali o sulla carta stampata a professionisti del verbo in teoria più preparati di te, cosa diavolo vai a sparacchiare questi daunlodateli, che magari manco sai come si scrive davvero?

Come? Non è colpa sua ma del nuovo linguaggio che si afferma grazie al web? Alla rete? agli usi ormai entrati a far parte del lessico quotidiano? Può essere. Ma fa schifo lo stesso. Su questo ho finito, Vostro Onore.

Passando ad altro, trovo immensamente fastidiosi e totalmente sprezzanti dei lettori i quintali di acronimi e di termini “di nicchia” che si trovano e si raccolgono a piene mani sui quotidiani, nei libri (soprattutto i thriller americani), nelle pubblicità. I libri… ma possibile che uno debba documentarsi se nel testo legge che si parla di “sosco” invece di soggetto sconosciuto? E non sto a scrivere di altre sigle o, appunto, acronomi cretini, che a mio parere, non potendo avere la funzione di ridurre lo spreco di inchiostro o di alberi abbattuti per ricavarne carta da romanzi, altro scopo non possono avere se non quello di far sentire un vero addetto ai lavori l’autore e uno strafigo il lettore che passa da una sigla all’altra come si parlasse del nomignolo dei suoi figli. Già che ci penso, ecco un altro motivo per cui, tra le altre cose, mi piace leggere i casi di Montalbano. Magari ci metto dieci minuti a decifrare un’espressione sicula non ancora digerita, ma per lo meno so di trovarmi di fronte a una voce dialettale. E il dialetto è cultura, sempre. L’acronimo, mai.

Altra vittima degli strali, oggi, vittima ripresa dopo troppi silenzi, la pubblicità. In testa, di molte lunghezze, una novità martellante di cui per decenza taccio il committente: la Ford. Ora, io dico, se fai la pubblicità alle tue auto sulle reti RAI o su altre reti italiane, ho detto italiane, per spingere i magri ordinativi del mercato italiano, ripeto, italiano, anche ammesso che qualcuno dei possibili acquirenti sia un professore della Cambridge School di stanza a Milano, o uno studente fortunato che si è permesso un soggiorno in terra d’Albione per almeno tre mesi, spiegami che cavolo di necessità c’è di spiegare le funzioni, le caratteristiche, le meraviglie dei tuoi modelli in inglese stretto, ma stretto stretto. Dimmelo. Sei più figo della Volkswagen, che peraltro conclude dicendo “DAS AUTO” per non essere meno imbecille? A dirla tutta, se proprio devo sentirmi una pubblicità tutta in inglese, che mi faccia sentire intimo di William e Kate o di Carlo (Camilla no, perché fa schifo), se devo sentirmi innalzato nella scala sociale perché la mia prossima auto parlerà un inglese oxfordiano, che almeno sia una Aston Martin e non una Ford. Peraltro l’Aston Martin è stata recentemente rilevata da un gruppo italiano. Tiè.

Chiudo rivolgendo un pensiero di compatimento alla categoria tutta dei gestori telefonici. A turno anche loro sono preda di queste crisi di demenza collettiva e istituzionalizzata. Che spazia, dalla stupidità della storia, al linguaggio che per l’87,42% è acronimi o termini inglesi o inglesizzati, alla banalità e ripetitività delle situazioni. Davvero, in questo campo non saprei da dove partire e dove potrei arrivare. Continuando a non capire il senso, la natura, l’essenza ultima delle superofferte che si accaniscono a proporre, ingarbugliando di giorno in giorno la giungla degli strumenti che ti portano a non sapere cosa paghi, per quali servizi, sotto quali forme. Che facciano apposta? I.D.M.V. (Il dubbio mi viene). Dite che la colpa è delle agenzie di pubblicità che, senza alcun dubbio, si sono appiattite e involgarite riepetto ai tempi d’oro. E’ sacrosanto. Ma, dovesse sfuggire a qualcuno, il committente visiona le anteprime prima di dare l’ok definitivo. E forse anche prima di cacciare i soldini. Quindi, nessuna attenuante, Vostro Onore.

Ionnighitar


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