All’Occhito

Allocco copiaVa bene va bene, il titolo è voluto. E’ che ho appena sentito al tiggì come l’italiano medio sia padrone della lingua e profondamente acculturato e ho voluto giocare di conseguenza. Dovevo scrivere allocchito, da allocco. Animale stupendo e per nulla stupido, ma diventato sinonimo di persona un po’ stordita, frastornata, leggermente stupida, facile all’essere presa per i fondelli o comunque circuita. O, questo intendevo io, non perfettamente consapevole di ciò che le sta girando intorno.

Che c’entra? E’ che ultimamente mi chiedo, un po’ troppo spesso, se il mio scribacchiare qui dentro sia in linea con lo spirito che mi aveva pervaso quando ho deciso di procedere al varo del blog. Quando, un po’ meno di un anno fa, ho deciso di tenere una specie di contenitore di pensieri, impressioni e sensazioni scegliendo di condividerlo con chi avesse avuto la pazienza e la costanza di ficcare (in senso buono) il naso nelle mie elucubrazioni. E’ quindi lo stesso spirito che oggi mi muove e mi spinge a scrivere? Ahimè, è tristissimo e doloroso ammetterlo, ma la risposta è: NO.

Sono tornato indietro un po’, a leggere i post più vecchi, le pagine, a rispolverare le intenzioni che mi spingevano a far progetti, a immaginare un dipanarsi dei miei ricordi e dei miei pensieri in un certo modo, senza una direzione precisa, ma con la precisissima determinazione di accompagnare chi avesse voluto leggermi a conoscere episodi e vicende, stati d’animo sogni e speranze che mi sembrava gradevole condividere. Beh, oggi, purtroppissimamente, mi rendo conto che nn è così. Non lo è più, almeno.

E questo ha un perché, che ovviamente non vi spiego per esteso e in chiaro, ma che vi tratteggio. E’ lo stesso motivo che, come ho già avuto modo di dire in altri post, mi ha rubato qualcosa. L’entusiasmo, la passione, il piacere delle piccole cose che danno piccoli piaceri. Devo essere più esplicito? Va bene. faccio una fatica improba a leggere, non so mai cosa leggere, non sono contento di ciò che leggo, non mi ci appassiono, non mi ci sento inghiottito e assorbito come adoravo esserlo quando un libro mi rapiva totalmente (e succedeva, oh, se succedeva!!!). Il che, alla fine, si riduce a farmi prendere in mano una settimana enigmistica e devastarla fino allo sfinimento (suo e mio). Ho caricato e lasciato scaricare non so quante volte il mio I-Pod. Spesso me ne andavo sotto le coperte con un libro come si deve, mi ficcavo le cuffie nelle orecchie e ascoltavo, ascoltavo, ascoltavo… Stop, finish, fernuto. Non lo faccio più. Ecco perché lo carico e si scarica, senza nemmeno avermi regalato il piacere delle musiche che amo, che ho amato e che amerò, ma che non mi viene voglia di ascoltare.

Chi ha letto con costanza le mie prigioni (ho detto le mie, non quelle di Silvio Pellico) sa che ero partito in quarta per diventare un acquerellista di vaglia, non dico alla William Turner, ma insomma… un acquerellista. Dei vaglia, se va bene, mi sono rimasti solo quelli postali. Insomma, non stiamo a farla tanto lunga: mi è sfuggito, si è volatilizzato, è sfumato quel qualche cosa che mi teneva vivi e vispi quegli entusiasmi che immaginavo non mi avrebbero abbandonato. Non pensiate che non ne conosca il motivo: lo so perfettamente perché la questione abbia preso questa piega. Solo che non posso, o non voglio, o non devo dirlo. Ecco, forse è questo il punto: non devo dirlo. Qui sta la tristezza più grande di tutta la faccenda.

Restano i sogni? Certo che restano. Se anche quelli se ne andassero, addio fichi. Il fatto è che tanto più senti che sono solo sogni tanto meno riesci a rincorrerli con la determinazione di trasformarli in realtà. Ogni tanto ripenso alla piccola bottega in vicolo dei lavandai dove disegnare, dipingere, scolpire, dare al legno forma e calore (senza incendiarlo), anima e cuore. Poi, senza far rumore, ripiombo sulla terra. E siccome per la legge di gravità i miei tot chili diventano tottissimi, rischio anche di farmi male.

Detto tutto questo, cosa resta? Resta il fatto che mi aggrappo, e mi sono aggrappato, a raccontare episodi più o meno divertenti, curiosi,  a volte grotteschi, che mi sono passati vicini e mi hanno sfiorato lasciandomi un piccolo segno. Ma era davvero questo che volevo fare dando vita a un blog? La risposta l’ho ben chiara: NO. Non era questo.

Da qui il dilemma, l’allocchimento, il dubbio, la perplessità: che fare? Tenere in via un blog sotto la tenda ad ossigeno? Farlo vegetare finché, per qualche motivo non meglio identificato, ritroverà respiro il vecchio spirito che l’ha fatto nascere? Ah, saperlo, saperlo…

E, già che siamo in tema di dilemmi, di domande, di incognite: ma chi sarà, chi saranno, chi sarete voi, che con tanta pazienza e costanza passate di qui e mi date almeno la soddisfazione di vedere che le mie elucubrazioni non vengono sparpagliate nel vento come il fumo di un mucchietto di foglie secche? Di qualcuno so. Di qualcun altro che non passa più di qui, che ha scelto di non farlo più, credo di sapere altrettanto bene. E credo vada bene così. Nell’un caso e nell’altro. A chi continua, anche dopo un post palloso come questo, un grazie di cuore. A chi non passa più che dire? Niente, direi, visto che non passando non ha nemmeno più modo di leggere né un grazie né… altro. O no? The mond is bell bicos is varius. Non c’entra, ma volevo dare sfoggio della mia profonda conoscenza delle lingue straniere. Vi aspetto, non so bene quando ma vi aspetto. Dobbiamo parlare delle filosofie di Salvatore o’ carrozziere e, fidatevi, non è roba da poco. Ciao.

Ionnighitar


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