Ah l’età, l’età…

Arrivati a un certo punto bisogna armarsi di senso critico (soprattutto autocritico) e farsi un esame di coscienza, ma non soltanto di coscienza. La coscienza è incorporea, eterea, direi quasi un concetto. Il corpo è materia, massa, agglomerato di cellule (in talune signore un misto di cellule e celluloide). Sta di fatto che non serve tenere sempre la capoccia sotto la sabbia. La realtà è ineluttabile, la si può vedere, toccare, sentire… Insomma, devo dire al frase fatidica: «Nun c’ho più er fisico!». Eh no. O meglio, va un po’ approfondito il concetto, perché così a prima vista, di primo acchito, uno può guardarmi e dire: «Ma questo è scemo? Come non ha più il fisico? Ce l’ha, ce l’ha… Il guaio è che ne ha anche troppo». Appunto.

Quello che intendevo è un’altra cosa. Chi mi conosce sa (chi non mi conosce lo saprà lo stesso perché adesso lo dico) che non è che io sia particolarmente parco e morigerato quanto a gioie della tavola. Il gioco di parole è troppo semplice: un cambio di vocale e salta fuori che più che parco sono porco. Ma in medio stat virtus, santa miseria! Diciamo che non posso dire di essere golosissimo di dolci, non mi piace la Nutella, non amo il cioccolato al latte, posso rinunciare senza crisi di identità a una meringata o a un tiramisù.

Il guaio è che il peccato di gola può anche manifestarsi di fronte a qualsiasi altro elemento ingeribile, di consistenza solida o liquida che sia. E anche se non è un condensato di zuccheri pronti a trasformarsi in bombe di lardo, praticamente qualsiasi cibo o bevanda ci mette del suo per rovinarti la linea che hai sempre mantenuto impeccabile con grande orgoglio. Io per la verità ho smesso con questo impegno intorno ai sei mesi di vita. Da allora è stata un’altalena costellata di regimi controllati, diete estemporanee, programmi scientificamente studiati per altri o per il mondo intero. Una sola volta studiato su misura per me. Con identica riuscita. In pratica nel mio salire e scendere di peso, nell’arrotondarmi e assotigliarmi (eddai, passatemela, pignoli!!!) ho inventato il moto perpetuo.

Tutto questo quadretto pare copiato e incollato dalla prefazione o dall’introduzione dell’ormai dilagante dieta Dukan. Che ti piglia come esempio di soggetto da redimere e curare uno che ha avuto esattamente il mio cursus honorum in materia di panza. Che poi fosse solo panza… gli accumuli subdoli si manifestano anche in zone antiestetiche come le maniglie dell’amore e ti accorgi quando ormai sono incontrollabili. Certo, se vogliamo, uno può dire: «Vabbè, se tanto mi dà tanto, se quelle lì sono le maniglie dell’amore tu ad occhio e croce sei molto meglio di Rocco Siffredi». Su questo argomento sono molto discreto… non commento. Non confermo. Non smentisco. In ogni caso Dr. Dukan, lei avrà anche snellito mezzo mondo ma non ha convinto me. Quindi procedo navigando a vista, come sempre (un po’ come Schettino).

Ma insomma, cos’ha scatenato questa fase di impietosa autocritica? Due fattori: il primo è che domani sera siamo stati invitati a una cena in un locale iperelegante (oh, come li adoro…) e devo per forza cercare di infilarmi nell’abito grigio, l’unico abito grigio in mio possesso, che uso talmente tanto che forse sarà la quarta volta che lo metto. Nonostante sia quasi un abito d’epoca. Ringrazio di non lavorare in un ufficio di quelli in cui se non sei in grigio scuro, cravatta stretta e scura, camicia bianca e scarpe nere, preferibilmente un po’ a punta che pare siano di tre numeri più del tuo, pantalone un po’ corto a mostrare con malizia le sporgenze malleolari non sei nessuno. Mi sarei licenziato all’atto del colloquio di assunzione.

Sta di fatto che il mio bell’abitino ieri sera l’ho provato. Avevo messo uno schermo di protezione allo specchio per evitare che il bottone dei pantaloni potesse fracassarlo: sono sette anni di guai garantiti. Non è successo, non c’è stato sparo, ma ho rischiato l’asfisssia da contrazione ventrale.

La giacca va molto meglio… dovrei indossarla lasciandola aperta, con una cravatta di una trentina di centimetri di larghezza e credo che tutto potrebbe sembrare quasi normale.

Ma non è solo per questo che ho iniziato dicendo che non ho il fisico. E’ che non reggo più i tour de force conviviali. Facendo un breve resoconto, a parte gli accumuli pregressi dovuti in parte anche al desiderio di non esagerare con le rinunce e le mortificazioni corporali, ritenendo le altre che la quotidianità mi regala più che sufficienti, il fine settimana è stato un percorso impegnativo.

Venerdì sera, a cena da noi M & M. Niente di che, per carità, ma non puoi liquidarli con una porzione di Jocca due carote crude o mezza fettina di bresaola. Se non altro per educazione. Quindi, tra stuzzichini, vinello, un pane che portano loro prendendolo da un panettiere che sforna alle diciannove zerozero e poi la carne, insalata, forse formaggi, fragole e…. vabbè può bastare. Prima tappa.

Seguita sabato sera da cenetta, sempre con loro, a casa della mamma di M. Anche lì, lasciamo perdere la descrizione del menu, che è meglio. Ma il pane sempre loro l’avevano comprato. E il vinello era freschissimo. Quando dico pane parlo anche di varietà alle olive, con i peperoni e non so che altro. Voglio vedere chi si sa trattenere. Io no di certo.

Ieri sera l’affondo finale: La zia. Anni 91. Più guai di salute che primavere al suo attivo. Eppure, nonostante quando è sola pranzi e ceni come un bonzo (aria), se ci siamo noi sembra sempre voler attentare alla nostra integrità psico/fisico/digestiva con bordate capaci di affondare la corazzata Potemkin. Vi dico solo delle lasagne, porzione per 24 ed eravamo in tre, perché dire che le ha fatte precedere da una quiche lorraine e seguire da un piatto di formaggi che nelle sue intenzioni doveva a qualsiasi costo essere spazzolato potrebbe impressionarvi. Sorvolo sui vini, prosecco gelato e bonarda a seguire, con un obbligo di partecipazione al rito consolidato del dopo cena all’insegna del Lagavulin, che ieri sera presentava come aggravante l’obbligatorio svuotamento della bottiglia. La sola cosa buona è che aveva programmato un brasato al posto dei formaggi ma fortunatamente ha avuto un attimo di lucidità, rinunciando. Il suo brasato ha una particolarità: sai che l’ha preparato quando sei a quattro isolati di distanza da casa sua. E so che se l’avesse preparato ora non potrei essere qui a scrivere.

Oggi, dunque, è dura… avrei voluto stare ad acqua e acqua. Ma ho dovuto fare un inaspettato spuntino di lavoro. Non potevo sottrarmi. Ma sono provato. Molto provato. Ecco il perché dell’amara constatazione iniziale.

Ionnighitar


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