Adolescenza e pubertà

scacciapensieri Disastro!!! I miei 84 account di posta sono intasati dalle richieste di saperne di più. Le Poste Italiane mi hanno cercato anche nelle ultime due notti perché corressi ai ripari. Ho scatenato l’inferno con i cenni a quel suonato di Mimì Faresi e le famiglie, le scolaresche, i circoli pescatori, il sindacato inscatolatori di alici piccanti e Alici nel paese delle meraviglie pare stiano minacciando manifestazioni e sommosse pur di avere nuovi ragguagli sulle vicissitudini di quel trombone. Non ho scelta. Se preferite una versione più romantica, diciamo che di fronte alla tentazione diventata quasi necessità di dare sfogo alle nuvole nere che per motivi poco interessanti e per nulla divertenti che ingombrano il mio cielo personale, un po’ per trovarne distrazione, un po’ per sdrammatizzare con me stesso ho scelto di dare libero sfogo all’idiozia di inventarmi qualche altra assurdità in chiave melodica. Tutto qui. Non c’è obbligo di proseguire. Però poi nessuno venga a lamentarsi che si è perso una puntata.

Alùra, il Mimì di chiara fama (quanto chiara e quanto fama poi ancora è tutto da vedere), svezzato a latte e biscrome, cresciuto a pane e solfeggio dall’amorevole mamma Viola e dal babbo Xilofono un bel giorno dovette anche affrontare l’impatto con la scuola.

Come si è detto trovando sul suo cammino un severo precettore che lo riteneva un bemollacchione, ma questo è un dettaglio. Poteva, il nostro, iscriversi a un corso che non fosse ad indirizzo musicale? Ma vi pare? Non sto nemmeno a dirvelo. Il guaio era la scelta dello strumento. Già, perché in un modo o nell’altro, pur dovendo cercare di raggiungere una poliedricità pressoché assoluta, la vera e specifica specializzazione andava orientata in una e una sola direzione. E qui cominciarono i guai. Già, perché Mimi era una capa tosta, uno che non considerava le zone di grigio, ma vedeva tutto o bianco o nero. Un assolutista. Il che, per definizione, lo portava a scartare decisamente lo studio del pianoforte, strumento simbolo della contraddizione in termini, dell’ossimoro fatto strumento. E in effetti come dargli torto? O è piano o è forte. Chiamalo pianoEforte se vuoi, che implica un ventaglio di possibilità. Ma pianoforte no, non ci siamo. Il maestro già cominciava anche per questo motivo a sentirsi in disaccordo.

Per restare nel campo tastiere, anche affascinato dall’imponenza dello strumento, per qualche istante pensò di dedicarsi all’organo. Fortunatamente durante l’intervallo per la merendina ebbe occasione di scambiare due pareri con un compagno più anziano ma, soprattutto più scafato e, suo malgrado, più esperto, che tacitamente confermando strane dicerie che correvano da tempo a proposito del maestro di musica, gli consigliò di lasciar proprio perdere l’opzione organo. Anche perché non erano previste lezioni collettive e nei tête à tête era cosa saggia e prudente evitare le tentazioni e i pericoli di un contatto troppo ravvicinato.

Del basso non vale nemmeno la pena di far menzione, visto che da sempre babbo Xilo gli predicava di non accontentarsi, di essere ambizioso, di puntare in alto. Venne scartato in un lampo anche il triangolo. Intanto Mimì era un timido e gli sarebbe risultato di grande imbarazzo sentirsi il terzo incomodo. E poi, avendo tutte le sue cosine a posto, se nel triangolo avesse trovato la fanciulla di suo particolare gradimento, gli sarebbe seccato ancora di più doversi far da parte per lasciarla a un contendente o quantomeno accettare di condividerla con chicchessia. E su questo, mi spiace tanto, ma non potrei trovarmi più d’accordo. E che diavolo!!! Quindi? Bel dilemma. Il maestro, un po’ ignorantotto e con una pronuncia non esattamente impeccabile, diceva «il bagno, prenditi un bel bagno, fatti un bagno, il bagno è sottovalutato e va scomparendo». Cosa che a Mimì, in verità, non risultava. In nessuna delle sue accezioni gli pareva di trascurare o di avere difficoltà a reperire bagni, all’occorrenza. Si lavava con discreta frequenza, una o due volte la settimana, e quotidianamente trovava sollievo alle sue esigenze, in genere appena alzato o dopo pranzo. Quindi, cosa diavolo voleva quello?

Semplicemente cercava di spingerlo verso il banjo, ma l’equivoco e il fraintendimento non resero praticabile nemmeno questa soluzione.

Finì, devo dire con una scelta non tra le più memorabili, che Mimì decise di darsi allo scacciapensieri. Un po’ per adottare il metodo che anch’io uso, di scacciare chiodo con chiodo e dimenticare tutti i suoi crucci e i suoi pensieri gravosi, un po’ perché cominciava ad accarezzare un suo progetto davvero ambizioso e d’avanguardia: fondere lo Jodel tirolese con il timbro tutto particolare dello scacciapensieri di Canicattì. Fondere lo jodel non è poi così semplice. Per fondere lo scacciapensieri è sufficiente una fiamma molto bene alimentata o una brace mantenuta viva e continuamente rinnovata.

Non posso proseguire oltremisura e devo lasciare spazio, per il futuro, a nuovi sviluppi. Posso però anticipare che, dopo anni di studio, teoria, applicazione, fraseggi e solfeggi, integrata con altre materie la sua cultura e la sua preparazione scolastica e universitaria, il nostro eroe, spartito per l’Accademia superiorissima della musica di Piancoforte sul Meno coronò con successo il suo sogno ottenendo a pieno titolo l’investitura a gran maestro di solfe. Il voto finale dice tutto: centodiesis e lode. Il titolo della tesi: «L’importanza dell’impiego dei fiori di Bach nella ricerca dell’uscita dal tunnel del povero Caparezza».

A festeggiarlo, oltre ai genitori e alle sorelle, la sua promessa sposa. Colei che lo accompagnerà per il resto della vita e lo renderà felicemente e ripetutamente padre. Monica. Monica Fisar, da Fabriano. Ma di questo temo che dovremo riparlare in un prossimo futuro.

Ionnighitar


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