A ragion veduta

Ebbene, lo ammetto. Assalito dai rimorsi e dai sensi di colpa per aver sparato ad alzo zero sul guru della via Gluck, aiutato anche dal fatto che, tanto per cambiare, la programmazione serale prometteva ben poche alternative, mi sono assoggettato alla visione dello spettacolo del secolo: il tanto decantato (purtroppo non solo cantato) Rock Economy, soggetto del post precedente. Ribadisco che la mia non sfrenata passione per il Celentano Adriano da Milano, ora residente a coso, lì, in provincia di Lecco mi pare, non ha nulla a che vedere con il parere espresso e poi passato al vaglio della mia personalissima e severissima censura in merito a tutto ciò che fa da contorno ai suoi spettacoli. Che siano concerti o serate a mammaRai, fa poca differenza. Anzi no, rettifico. Ne fa eccome, perché da mammaRai la sua guruaggine (si potrà dire?) viene amplificata, esaltata, pompata come fosse un missile da sparare in orbita.

E i signori di Mediaset non sono da meno, attenzione. Perché un conto è il concerto in sé e per sé, con il pubblico pagante a spaccarsi il coccige sui gradoni di pietra dell’Arena, un conto è il battage pubblicitario che, in sostanza, tende a convincerti che se non sarai della partita, se non seguirai l’evento davanti al video, magari armato di panini con la casoeula (tipico piatto meneghino), birra e canotta di ordinanza, magari padellata, sarai un misero signor nessuno. Mi è venuto il sospetto che il battage pubblicitario si chiami così perché, appunto, ti batte impietoso e inesorabile sulle scatole come faceva il Tafazzi di buona memoria finché, almeno per sfinimento, non sei condizionato a passare almeno trenta secondi davanti al video. Prova ne sia… Però non avevo panini, nemmeno con le salamelle o la porchetta, niente birretta, non ho canottiere e se le T-shirt fossero macchiate avrei che mi fa il contropelo e mi costringerebbe a infilarmi tutto intero nel cestello della lavatrice.

Dai, veniamo al sodo. Prima di vedere il Messia, cinque minuti buoni di tiritera recitata da un coro volenteroso di giovini virgulti e virgulte. Colpa mia, di certo, ma devo ammettere di non aver capito un ciufolo. O meglio, se uno ti spara una raffica di concetti ispirati, tutti attaccati uno all’altro e non ti dà nemmeno il respiro per digerirli o rifletterci, se te li fa recitare in coro, e il coro non è mai il top della chiarezza, non è che puoi pretendere, no? Qualcosa, diciamo un venti per cento, mi è arrivato, comunque. Che se non mi fosse arrivato, detto sinceramente, sarebbe stata esattamente la stessa cosa. Insomma, quando si dice «chi ben incomincia…». Poi, luci, spot, effetti, il bello dei concerti, che emoziona sempre e ti acchiappa anche fosse un concerto di Orietta Berti… uhm… forse. Non dei Pooh, questo è certo. Si apre un immenso portone e dalla luce più vivida e soprannaturale ecco che spunta il molleggiato per antonomasia. È qui. È tra noi. Uso il presente, anche se so che la cosa risale a un annetto abbondante, ma facciamo finta che.

Devo ammettere che per una mezz’ora o anche più, salvo trascurabili buttate lì a mo’ di sputazzo, il vate canta. Tenendo fede al fatto che quello sa fare, è il suo mestiere e, obiettivamente, lo sa anche fare bene (e poi ditemi che non sono obiettivo. Non ho detto che mi piace, ho detto che lo sa fare bene, è diverso). Lentamente però si arriva agli scivoloni («lentamente scivola… ecc ecc è un testo dei Negrita oltretutto un po’ osè, ma fa niente). Eh sì, si scivola. Lui scivola. E comincia ad inanellare una serie di nonsense, di false ovvietà, di fantasie travestite da verità per cui il suo fan-tipo comincia a pronunciare le fatidiche sillabe: «il-ver-bo-si-è-fat-to-car-ne». Dimenticando che la frase è riferita a qualcuno che è arrivato prima di lui, è ancora sulla cresta dell’onda, ha detto cose un po’ più profonde anche se meno drammaticamente pompose e soprattutto l’ha fatto gratis senza tirare in ballo i governi e i politici.

Già, perché governi e politici, per il gran predicatore, sono i responsabili di tutto. Tutto che cosa? Boh, tutto. Se noi non siamo uniti, e dopo il concerto a casa siamo soli, solitari, ognuno per sé e chi s’è visto s’è visto è colpa di politici e governi. Già. Perché distruggono l’arte, i monumenti, l’artigianato, l’agricoltura. Vi sfugge il nesso? Mi consola: anche a me. però sappiate per lo meno di chi è la colpa. Poi, giusto per dire che lui sa come devono essere le cose e noi no, ci viene a dire che i diritti e le possibilità dei poveri devono essere identici a quelli dei ricchi, solo magari un po’ più in piccolo. Sì, avete capito bene. Anch’io ho chiesto conferma, credevo di avere sbadigliato al momento sbagliato perdendomi la verità vera. L’ha detta così. Boh. Mi sono chiesto quanto potesse costare un posticino sulle gradinate scassachiappe dell’Arena. Di certo non poco. Quindi… Non poteva mettere a disposizione metà posti aggratis? O forse è colpa del governo e dei politici (più facilmente di chi l’ha sparato in scena, ma non credo l’abbiano sottopagato).

Ha avuto un ultimo sprazzo citando qualche mecenate che, a differenza di governo e politici, ha a cuore la cultura, l’arte, il bello, la storia, e ci mette del proprio per frenare lo sterminio delle masse contadine e dei verdi pascoli. Ha proprio fatto i nomi. So che ho sentito di Leonardo Del Vecchio, Luxottica. Di Prada. Credo anche di Della Valle… Tutti imprenditori che hanno in un modo o nell’altro sostenuto interventi importanti a salvaguardia di grandi opere d’arte. Poi, timidamente, di striscio, en passant, ha avuto anche un cenno, secondo me tirato per i capelli, per “l’editore di questo spettacolo”. Che, detto per inciso, era organizzato da Mediaset. Però, com’è come non è, il suddetto editore non è stato, evidentemente, ritenuto degno di citazione per nome e cognome. Eppure l’ha pagato, l’ha sponsorizzato… Però, forse, non fa “chic”. Meglio non nominarlo, hai visto mai che dalle gradinate si levi un coro di «Buuuuuuuuuuh» che va a rovinare tutta la teoria delle grandi verità inanellata fin qui? Mi sono alzato. Sono andato a leggere un po’ prima di dormire. Ho pensato fosse più interessante. Al solito.

Ionnighitar


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