A proposito di Coppi

Dice: ossignore, adesso questo attacca a parlare del ciclismo di un tempo che fu, sta a vedere che tira fuori ancora l’eterna rivalità tra “l’airone”, Fausto Coppi all’anagrafe, e Ginettaccio, soprannome del suo antagonista numero uno, Gino Bartali. Ora, a parte che se anche fosse sarebbe mio pieno diritto, dato che il blog è mio e me lo gestisco io, avete sbagliato strada completamente. Dei due campioni di cui sopra, in auge in tempi in cui ancora non seguivo il ciclismo, cosa che ho poi continuato a fare (il non seguirlo intendo)  fino in tarda età, posso solo dire che erano un altro motivo di disaccordo (oh, in senso buono eh, non cominciamo a ricamarci sopra) tra i miei fratelli. Uno coppiano e milanista, l’altro bartaliano e interista. E la cosa resta qui senza commento o presa di posizione. Ecco.

Volevo invece parlare di tutt’altri coppi, data una mia faticosissima quanto istruttiva esperienza molto recente. Dicesi dunque coppo (al plurale coppi) un manufatto in terracotta o simili, atto a fungere da copertura e riparo di tetti, tettoie e tutto ciò che ci aggrada. Sempreché detti manufatti siano stabili, integri, ben posati e ordinatamente allineati in loco. Nel mio caso già con la premessa eravamo ampiamente in difetto. Insomma, per non tirarla troppo in lungo, i coppi sono un tipo di tegole in cotto. E qui si impone una nuova precisazione, dovuta alle mille insidie della lingua italiana. Se parlo di pavimento in cotto, per esempio, non si deve subito pensare a una distesa di fette tutte uguali di prodotti Rovagnati. Nemmeno se vi parlo di un pavimento in cotto a Praga. Dove, se così fosse, avrebbe anche il vantaggio di profumare delicatamente l’ambiente con un piacevole sentore di affumicato, che peraltro adoro. Se comunque, ragionando per assurdo, si potessero fare pavimenti in cotto di questo genere, credo che converrebbe, per una questione di eleganza e di resistenza al calpestio, optare per un pavimento in bresaola della Valtellina o, se in zone più ad Est, in speck dell’Alto Adige.

Sarà quindi bene ritornare ai coppi. Quelli del tetto. Quelli fatti di terracotta, argilla o vaiasaperedicosa. E sarà anche bene spiegare cosa c’entri io coi coppi. La premessa è che nella casa di campagna, un tempo stalla con nanocascina e fienile annessi, la situazione delle coperture da tempo lasciava abbastanza a desiderare. Si è sempre rimandato l’intervento perché nessuno è disposto a risistemarti il tetto aggratis, ma quest’estate, preso atto che parecchi dei suddetti coppi facevano capolino dalla grondaia e non solo per farci “cucù”, e che rischiavano di schiantarsi al suolo o su qualche capoccia al primo vento sufficientemente nerboruto, trovare una soluzione è diventato inevitabile.

E la soluzione è stata quella di arruolare un muratore in pensione, di grande esperienza e ancor più grande ingegno, offrirmi di fungere per lui da garzone, accettare di seguire ciecamente le sue direttive e via che vai, ci siamo messi a fare e disfare per raggiungere la quasi perfezione tettonica. Per inciso, ho scoperto che per fare il muratore è necessaria una cosa, fondamentale: il fisico. Una volta, forse, ce l’avevo. Oggi… diciamo che ho sopperito con la forza della disperazione e con una volontà incrollabile. Tutto prima di crollare a fine lavori in uno stato di prostrazione fisica imbarazzante. Credo che i soli muscoli che non urlassero di dolore siano stati quelli che muovono i bulbi oculari. Ma non ci giurerei. Lui, invece, che ha due anni più di me, era fresco come una rosa. Misteri.

E i coppi, qualcuno obietterà, che cosa c’entrano? C’entrano. Perché si fa presto, cari miei, a dire coppi. Ci sono quelli nuovi, o meglio di recente “fabbricazione”, che è ben diverso dal dire di “fattura”, tutti uguali, tutti precisi, tutti tremendamente freddi e anonimi. Oltretutto anche più delicati, sotto un certo punto di vista. E ci sono quelli vecchi, per non azzardare antichi. Di mille sfumature di colore differenti, nessuno uguale all’altro, alcuni gibbosi come un dromedario, alcuni sbilenchi o asimmetrici, tanti, tantissimi provati e quasi sfiancati dalle ingiurie del tempo, cronologico e atmosferico. Soprattutto, fatti a mano. Avete capito bene. Ho detto fatti a mano. Come, del resto, erano anche i mattoni un bel po’ di tempo fa. Caldi al tatto, ma non per la temperatura. Caldi perché hanno un’anima.

Ignorante come una capra, prima di assorbire e far tesoro degli insegnamenti di Marino, il mio maestro di muro, che è molto diverso da un muro  maestro, credevo che la cosa più furba nel rifare un tetto fosse quella di buttare alle ortiche i coppi vecchi e posare senza indugio quanti più coppi nuovi fosse possibile. Bestia. A parte che avrei dovuto ragionare che quasi sempre, anche in architettura, le cose antico/vetuste danno un sacco di punti a quelle nuove, se non altro dal punto di vista estetico, non pensavo che nella sostanza fossero anche migliori da un punto di vista qualitativo. Lo si vede anche quando si rompono: lo fanno con grazia, quasi con una sorta di pudore nel procurarti quella sottile delusione. Quelli nuovi no, se ne fregano. Tac, saltano, come fossero di vetro, in modo secco, arrogante, indisponente. E capisci che non hanno un’anima, loro.

Insomma, sentite, dite che sono suonato completo, se volete, ma era qui che volevo arrivare. Maneggiando i coppi vecchi, che sono stati religiosamente riservati a fungere da copertura, “a vista”, cioè a costituire la parte del tetto che appare e non quella che in buona sostanza regge tutto il resto e convoglia l’acqua, ogni due per tre pensavo a quante cose dovevano aver visto nella loro vita silenziosa e discreta trascorsa lassù, sulle falde battute da acqua, grandine e neve, squassate dal vento e spesso lordate da irrispettosi uccellini e uccellacci incuranti della dignità delle cose antiche sorvolate. A volo d’uccello, appunto.

Ma copperi, ci pensate, considerato che quei coppi possono tranquillamente aver superato il secolo di età, quante cose devono aver visto? Quante persone succedersi sotto le loro falde, quante scene di vita agreste campestre e paesana devono aver spiato da lassù, quando ancora le automobili erano roba da quasi extraterrestri, quando per le vie del paese passavano i carri trainati dai buoi che portavano enormi massi dalle cave ai laboratori di scalpellini o montagne di fieno dai campi alle stalle, per la gioia delle mucche e dei ragazzini che facevano il viaggio in cima a quelle montagne vegetali?

I coppi, da lassù, hanno visto di tutto: tempi di pace, gioie e dolori di generazioni e di famiglie, un paio di guerre mondiali, qualche mondiale di calcio, i calci tirati al pallone, me che andavo a trovare la ragazza più bella del mondo, noi, che all’ombra di quegli spioventi ci siamo sposati quando pioveva che Dio la mandava, i miei figli, che hanno giocato, sono cresciuti, mi hanno aiutato a fare lavori di ogni genere, l’orto che, dopo un’estate fruttuosa (o verdurosa?) si sta avviando al tramonto… quanto altro? E so, perché lo so, che ci saranno anche tra una valanga di anni, quando forse, e dico forse, non ci sarò più nemmeno io.

E uno dovrebbe buttare i coppi vecchi per sostituirli con i nuovi? Ma non scherziamo, per favore!

Ionnighitar


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