A Luino

Folle come passi il tempo. Un anno fa, abbondante, ho inserito in un post un “Raccontino” che non mi sembrava il caso di presentare a Luino, nel consesso dei malati di tastiera di cui mi sento ormai parte.
Un mesetto fa, invece, ho finalmente letto coram populo il primo frutto delle mie fatiche letterarie, cui non posso non riconoscere la primogenitura e che non mi era sembrato il caso di rendere di dominio pubblico prima di essere presentato ufficialmente. Lo faccio adesso. Ringraziando ancora, casomai dovessero passare da queste parti, gli organizzatori di questa simpatica iniziativa, soprattutto per la loro straordinaria capacità di farti sentire “uno di famiglia”. Quindi… andiamo con il racconto.

Il telefono riprese ancora a suonare insistentemente.

Stavo per essere assalito dai più bassi istinti omicidi. Ma, dico io, cos’avevo fatto di male per meritarmi un supplizio del genere? Appena arrivato a casa, la chiave ancora nella toppa, avevo sentito squillare quel maledetto coso che ancora non mi decidevo ad eliminare. Serviva soltanto a giustificare bollette ingiustificate. Mi chiamavano al massimo un paio di volte al mese e io lo usavo sì e no a Natale e Pasqua, giusto per non farlo sentire inutile nei giorni in cui si deve essere buoni a tutti i costi e con chiunque.
Ovviamente, al buio del pianerottolo con la luce  saltata, mi erano capitate in mano tutte le chiavi del mazzo salvo quella che stavo cercando. Quella arrivò per ultima e, una volta infilata frene-ticamente nella toppa faceva pure fatica a fare il suo lavoro. Intanto il maledetto squillava. Alla fine, magicamente, ero riuscito ad aprire la porta e fiondarmi a rispondere al telefono che, altrettanto magicamente, si era zittito come se avesse voluto darmi una lezione per essermi fatto desiderare più del lecito.
Ero rientrato in anticipo per sistemare il nastro della tapparella che mi era rimasto in mano quella mattina e per appendere l’armadietto del bagno comprato all’Ikea. Essere a casa da soli è l’ideale per sistemare queste faccende che altrimenti continui a rimandare finché non hai l’impressione di vivere in una roulotte come un figlio dei fiori dei bei tempi andati. Anche se con qualche annetto di più.
Prima però una doccia non me l’avrebbe negata nessuno. E una birretta, giusto per sentirmi totalmente in armonia col mondo. E la birra, quando si può prendersela comoda, va versata con tutte le attenzioni e seguendo le regole auree dell’esperto bevitore, che permettono di esaltarne i pregi e di coglierne fino in fondo aromi e sapori. Quindi, sciacquare con acqua fredda scolando a mano il bicchiere scuotendo senza asciugare e poi versare, con le dovute cautele, adagio, in modo da ottenere uno strato di schiuma alto un dito, un dito e mezzo, che sigilli in un certo senso tutti i tesori che il nettare ambrato ci riserverà sin dal primo sorso. Manovra, quindi, da effettuare con delicatezza e senza indulgere alla fretta.
Naturalmente, appena dato inizio al rito, quando interrompere la mescita sarebbe stato quasi blasfemo, il malnato marchingegno ricominciò a suonare. Va bene, un attimo e arrivo… arrivo… ho detto arrivooo… Fatto, appoggio sul tavolo, senza scossoni, il calice e raggiungo il mostro squillante. Che, dotato evidentemente di un’anima e di un’intelligenza perversa ancorché artificiale, vedendomi si zittisce all’istante. Ma io sono più furbo: mi prendo la birra e la centellino comodamente seduto sul divano, a un braccio di distanza dal portatile. Che, a pensarci bene, essendo tale potrebbe essere portato dovunque. Ma ho affermato di essere più furbo di un telefono, non addirittura un genio! Sta di fatto che il silenzio regna sovrano. Mi armo di pazienza. Non sono minimamente incuriosito di sapere chi mi sta cercando. Mia moglie no di sicuro, quando mai chiama sul fisso? I miei figli, come sopra. Di solito, a pensarci bene, chi chiama anche alle ore più assurde, scegliendo, se possibile, quelle in cui è più probabile dar fastidio, può essere, in ordine alfabetico, A2A, EnelEnergia, Eon, Fastweb, Generali, Tim, Tre, Vodafone, Wind, più qualche immobiliare più o meno fantasma o altre entità non meglio identificate che spesso nascondono tentativi truffaldini di estorcere contratti via telefono. Intanto l’apparecchio tace. E io lo disdegno, non mi porto, volutamente, il portatile, me ne vado in bagno e apro l’acqua della doccia. È matematico. E so che lo sapevate già. Sta di fatto che con la testa insaponata, ricoperto di schiuma come un cono alla panna, a metà dell’opera di detersione mi raggiunge argentina la voce del nemico. Confesso che non faccio nemmeno un tentativo per rispondere. Minimo minimo rischierei un carpiato all’indietro sulle piastrelle del bagno. Oltretutto poi mi toccherebbe anche asciugare. A questo punto sta diventando una sfida, un testa a testa.
Mi asciugo.  E tutto tace. Mi vesto. E tutto tace. Controllo se ho tutto ciò che serve per esibirmi in veste di bricoleur. E tutto tace. Preparo la cinghia della tapparella, prendo la scala e su, sempre più in alto… svito il cassonetto e cerco di non scendere a volo d’angelo nel portarlo a terra. Ultimo gradino, anta del cassonetto, pesante, saldamente tra le mani e… e allegro squillare del telefono. Maledetto.
Credo non serva stare a raccontare che tutte le successive operazioni si siano svolte nel più assoluto e rilassante silenzio. Ma la tapparella funziona che è una meraviglia.
Ho fatto trenta, faccio trentuno. Così finalmente smetterò, passando, di sbattere il mignolo nel mobiletto dell’Ikea che per ora soggiorna in soggiorno (e dove, se no?) e aspetta di trovare una sua collocazione nella vita.
Trapano, posizione percussione, punta del sei, Fisher e viti. Andiamo.
Prese le misure, ricontrollate, impossibile sbagliare. Ciak, motore, azione. Telefono. Sì, telefono, dannatissimo, ignorantissimo, innominabilissimo telefono. Geniale telefono. Capace di tacere quando la mia mano è a circa trentadue centimetri di distanza. E ancora non si smentisce. Ma adesso è ora di mettere in atto la mia strategia vincente.
Faccio veloce il secondo foro, sapendo bene che ho un certo lasso di tempo. Avvito i tasselli ma non monto l’armadietto. Nossignori, qui sta la furbizia. Il nemico mi crede ancora in altre faccende affaccendato. E io lo frego. Mi siedo distrattamente, la schiena al portatile. Fingo di riposare un attimo ma leggo le istruzioni del mobiletto anche se l’ho montato quindici giorni fa, anche se sono a gambe per aria. Ma lui non lo sa. E squilla, squilla, ragazzi, squilla… E io lo  lascio squillare. Stavolta più a lungo. Ti sfinirò, ti annienterò, ti umilierò. E finalmente saprai chi comanda, qui.
Insiste. Non demorde. Stavolta pare più ostinato. Cosa crede, di spaventarmi? Mi volto di scatto, con mossa fulminea lo prendo e lo stringo come per volerlo strangolare. Premo il pulsante, lo porto all’orecchio. E adesso voglio proprio vedere, uno contro uno…
“Pizzeria Bella Napoli? Ma siete aperti o no? Volevo prenotare, insomma, ho chiamato cento volte”.
“No, signora. Stasera tutto esaurito. Domani pure…, vediamo: qui no…, qui no…, qui no… Ho un tavolo per tre libero mercoledì 28 novembre. Segno?”.
Domani raccomandata A.R. a Tim. Col fisso ho chiuso.

Ionnighitar


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