A domanda non risponde

Mi sono reso conto che da un bel po’ non mi esibisco in veste di ipercritico polemico e piantagrane nei confronti delle pubblicità. Ammetto che in parte è dovuto al fatto che mi scorrono ormai sotto gli occhi senza che nemmeno me ne accorga, a riprova che il periodo è ricco di capolavori in grado di accalappiare l’attenzione dello spettatore/consumatore. Però, chissà perché, sento, in tutta franchezza, di non metterci più né passione né attenzione lasciandomi probabilmente scappare da sotto il naso qualche occasione golosa per rompere un po’. Mi riprometto di farci caso, starò all’occhio, registrerò ogni sbavatura e, soprattutto, idiozia.

Di una però devo parlare. Non posso farne a meno. Anche se non ho capito bene che cosa mi colpisca, quale sia il vero motivo del mio turbamento, perché ad essere pignoli di motivi se ne possono trovare parecchi.
Siamo dunque a tavola, per cena, non si sa bene a casa di chi, ma fa poca differenza. Ci sono, direi tre o quattro coppie che si appassionano e si infervorano nel sentire decantate le virtù e le doti ineguagliabili del nuovo telefono cellulare S. (non si aspettino che io faccia pubblicità gratuita). Già il contesto, seppur del tutto realistico, mi mette di cattivo umore. Perché mi riporta a chissà quante cene, o pranzi, in compagnia di amici decisamente non più adolescenti, totalmente rintronati e ipnotizzati dall’oggetto cellulare. Era meglio quando c’era l’apparecchio della Stipel, nero, con il disco e le cifre, bello ingombrante. Il top, oserei dire, quando c’era il modello a muro. Li avrei voluti vedere tutti ‘sti smanettoni portarsi a tavola l’apparecchio per chiamare la zia Pinuccia o aspettare che qualcuno, amico o parente, facesse sentire la propria vicinanza e il proprio pensiero proprio nel bel mezzo della cena. Nel caso dell’apparecchio a muro avrebbero, poco poco, dovuto smantellare mezzo impianto. Con l’altro, se ognuno avesse voluto intrattenere le proprie relazioni via cavo ad ogni costo, si sarebbe formato sulla tavola un tale groviglio di fili che si sarebbe rischiato di confonderlo con gli spaghetti al nero di seppia previsti dal menu.
Tutto questo sottolineando che di messaggi, squilli significativi, foto e filmati, avvisi di allerta meteo e pericolo di valanghe non si sarebbe nemmeno potuto fantasticare.
Torniamo a tavola, dai nostri eroi. Ormai incantati dalla descrizione delle prestazioni del nuovo modello, talmente perfetto e insuperabile da prevedere già la propria rottamazione nell’arco di un anno per lasciare il posto al modello successivo. Che, con ogni probabilità, sarà dotato anche di lavatrice a ultrasuoni e asciugatrice con la brezza marina delle isole Laccadive.
Mentre la fortunata possessora del nuovo mostro fa la ruota come il pavone facendo crepare dall’invidia gli astanti, mentre la meraviglia della tecnologia fa bella mostra di sé al centro della tavola, ecco che, complice la maledettissima legge di Murphy, ti va a capitare quello che non può che capitare nell’unico momento della giornata in cui non deve assolutamente capitare. Il cellulare squilla. Ovvio che l’attenzione di tutti finisca sul display.
E chi è? La mamma? Macché. La suocera? Manco per niente. La colf che domani non può presentarsi causa improvviso impedimento o grave malattia del fratello (è notoriamente figlia unica)? Magari!
Nossignori. Mi spiace dirvelo così, senza alcun giro di parole, ma si tratta di Tommy. Mannaggia a lui, ma proprio adesso doveva chiamare? E chi sarebbe ‘sto Tommy? Di certo né un figlio lontano, né un amico di famiglia, né un parente andato a cercare fortuna all’estero, magari a Balerna Ticino. Come faccio ad esserne sicuro? Beh, ma è semplice: il marito della cellularata si pone e pone a lei la stessa domanda: chi sarebbe questo Tommy?
Devo ammettere che si dimostra un po’ impulsivo: si lascia prendere la mano dal sospetto e dalla gelosia, prende il telefono e cosa fa? Risponde? Ma figuriamoci… Dichiara: “adesso gli facciamo fare un bel bagnetto”. E lo immerge soddisfatto nel bicchiere, pieno (spero di acqua perché detesto gli sprechi birrenologici).

Ora, dico io, quale potrebbe essere la reazione della signora? Risentita, magari. Oppure, arrampicandosi su qualche vetro, potrebbe cercare di dare una collocazione a questo fantomatico Tommy. Potrebbe anche, prima di cercare di dargli un perché e un percome, dire al suo legittimo consorte: “Ma sei scemo? Ma ti pare di dover mettere a bagno il mio telefono”?
Sbagliato. Lei, tranquilla come una Pasqua, non solo se ne guarda bene dal rispondere all’interrogazione, ma fa sapere con una punta di malcelato orgoglio, che il suo S. ha anche la proprietà di resistere alle immersioni. Può cadere nella tazza del WC tutte le volte che vuole e continuerebbe impavido a funzionare. Un buon acquisto, quindi. Anzi, no, scusate: un acquisto oculato. Dato che la signora specifica di averlo scelto anche per quello. Previdente.
Ma due pensieri mi si affacciano birichini nella mente. In primis, gentile signora, qualcosa mi fa supporre che lei fosse preparata all’eventualità di una reazione di suo marito e avesse voluto premunirsi in tutti i modi dal danneggiamento del nuovo marchingegno. E qui ravviso la malafede.
In secundis… È da un bel po’ che ci sorbiamo questa sceneggiata infame. Ma lei, tetragona, si è ben guardata dal rispondere finora a suo marito, trattandolo con una certa sufficienza e finendo col glissare su una sua domanda precisa, circostanziata ed, eziandio, legittima. Insomma, gentile signora, si può sapere chi cacchio è ‘sto Tommy? O ha forse qualcosa da nascondere? No, perché se così fosse mi sentirei di suggerire a suo marito di provare a sottoporre il suo bellissimo S. a un trattamento prolungato nel microonde. O, in seconda opzione, a vedere se resiste a una caduta dal sesto piano. Ma lei è furbissima, lo so. Sono sicuro che ha fatto il diavolo a quattro per quell’appartamento al piano terra, vista giardino. Contenti voi…
Ma me lo lasci dire, in tutta franchezza… c’è del marcio in Danimarca. E anche in casa sua, mi sa.

Ionnighitar


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