A dimora

orto seminato
Eccolo qui. Arato, disegnato, piantumato… vedremo in seguito le fasi della crescita.

Meglio battere il ferro finché è caldo e seminare o piantare quando la terra si presenta più morbida e accogliente. E’ anche meglio proseguire nei racconti prima che un’altra vena di ispirazione mista alla demenza senile cancelli il solco tracciato con il racconto dell’aratura. E così faremo. Dimenticavo di specificare, ma credo che chi mi legge qui sappia perfettamente come la mia dimora abituale non sia in mezzo ai campi (purtroppo), che il tempo che posso dedicare all’attività di Cincinnato sia limitato ai Luois Quinze (pronuncia l’uìchens, che è praticamente identico all’inglese uichènd, in volgare, fine settimana).

Dato quindi che l’aratura era stata portata a termine con successo e che quell’orrenda miscela mefitica di stallatico misto pallettizzato doveva aver ceduto almeno parte delle sue sostanze nutritive alle zolle ormai rese soffici, logica vuole che il sabato successivo ci si dedichi alla semina (sconsigliabile ma spiegherò il perché) o alla messa a dimora delle piantine. Logica vuole. Il meteo non sempre è d’accordo. Infatti pioveva abbondantemente e l’atmosfera poteva paragonarsi senza esagerazioni a quella di un 34 ottobre qualsiasi. Ergo, i lavori devono essere procrastinati. L’acquisto delle piantine, ça va sans dire, pure. E’ assolutamente poco prudente e scaltro acquistare le piantine con giorni o settimane d’anticipo. Soprattutto se non puoi accudirle come fantolini bisognosi di cure, con il risultato matematicamente provato di ritrovarsi foglie ingiallite, gambi asfittici e marciolenti o addirittura la salma della piantina in fieri. Meglio che tutto questo capiti nelle serre, dove in primis capita meno raramente perché le cure sono assidue e quotidiane e poi, dovesse proprio capitare, non hanno la faccia tosta di proporti piantine già passate a miglior vita, potendo scegliere tra centinaia di decinaia di esemplari belli robusti e tonici. Occhio, se qualche serra vi rifila questi esemplari permettetemi di darvi dei fresconi e diffidate in ogni caso della loro correttezza ed onestà.

Nemmeno la settimana successiva prometteva granché, ma inaspettatamente il sabato (c’era il ponte del primo maggio) un sole per lo meno accettabile (ma insidioso) occhieggiava riscaldando l’aria e il cuore (non il cuore di lattuga che, non essendo ancora stata piantata, non poteva esibire organi già sviluppati a tal punto).

Il mattino del sabato, quindi, veloci come la luce in una serra dei dintorni, colti (io, per lo meno) dalla consueta sindrome da scelta, che è quella per cui in un tempo lontano entravo in una libreria con un titolo in testa ed uscivo a mani vuote dopo essermi paralizzato davanti agli scaffali come se la mia mente avesse subito un efficacissimo colpo di spugna capace di cancellare qualsiasi appunto, memoria, richiamo, desiderio. In genere mi ricordavo del titolo una volta rientrato a casa. Ho superato il problema. Non ho fatto cure particolari. Ho acquistato un e-book e… vabbè, lasciamo perdere, diciamo che trovo i titoli che cerco e anche quelli che non cerco. Allo stesso prezzo.

Con le piantine è diverso. Non puoi scaricarle da e-mule. E ti ritrovi lì con un duplice dilemma: il tipo di ortaggio e le diverse qualità. Non nutro grande fiducia nella riuscita delle insalate. Per esperienza e per la voracità di insetti, lumache e compagnia cantante che con abilità ed astuzia sopraffina si danno da fare nelle ore notturne e nei giorni dal lunedì al venerdì. Per il resto, si va un po’ sulla scorta delle esperienze passate. Ricordando che i pomodori a volte si ammalano, che danno da fare parecchio, che maturano meglio a San Marzano che sul confine elvetico, che le zucchine sono esageratamente generose nel produrre foglie (sarebbe il caso di definirle foglioni, anche perché a volte sono davvero invasive e rompono… le scatole). Poi, occhio, con le zucchine si corre un rischio: parti la domenica sera e le lasci lì, piccole e tenere neonate con il loro fiocco giallo sulla zucca (della zucchina) e te le ritrovi il venerdì sera o sabato successivo che somigliano in modo impressionante ad obici a lunga gittata della seconda guerra mondiale. Quanto alle zucche, intese come zucche, occhio alla scelta: il primo anno, inesperti, mettemmo a dimora quattro o cinque piantine di quelle arancioni, quelle di Halloween, per intenderci. Una, con nostra soddisfazione incontenibile, cominciò a crescere, crescere, crescere… già pensavamo di ritrovarci dentro cenerentola con tutte e due le scarpette di cristallo. Raccogliemmo una bestia di oltre un metro e venti di diametro. Fantastico. Peccato che una volta aperta e messa alla prova dimostrò di avere meno sapore dei contenitori in polistirolo espanso dell’SSSSSSSSSSSSS (l’Esselunga). Uno schifo totale.

Quindi, tornando a noi, vado ad illustrarvi la scelta di quest’anno: Basilico, piccolo, e spero tale rimanga. Ho sangue genovese nelle vene (e dove, se no?) e amo quello piccolo e saporitissimo. La menta ce l’ho già, cresce spontanea e si chiama menta. E sa di menta. Il basilico deve sapere di basilico. Cetrioli (io non li avrei presi) che pare siano un po’ più lunghi e snelli del tipo standard e risultino anche più digeribili (ci vuol poco). Cipolle di Tropea, un “must”, sia in versione tonda che oblunga. Sogno di fare le trecce (con le cipolle, i miei capelli non li lascio crescere a tal punto). Quattro o cinque tipi di insalata (in piantina), mah… speriamo… forse qualcuna da taglio, qualche altra da cespo, che una volta che l’hai colto non puoi far altro che andare a comprarne dell’altra. Melanzane, forse oblunghe ma non me lo ricordo, pomodori, sei ciliegini e sei tondi liguri (chissà come mai?), sei peperoni quadri rossi e sei gialli, giusto per fare la peperonata in onore di Francesco Totti, zucchine chiare e tre piantine di zucca nate spontaneamente dalla terra di compostaggio che conteneva semi delle scorse stagioni (in effetti stagionati lo sono di sicuro visto che da anni l’orto era in disuso). Tranquilli, sono certo che non siano quelle di Halloween. Se invece lo fossero ve le mando a stretto giro di posta. Ho dimenticato qualcosa? Certo. La preparazione delle “prose”. L’integrazione con qualche altra semente, l’effetto del primo sole sulla schiena ignuda e il tentativo di rompermi un braccio. Ma se racconto tutto adesso cosa mi invento per un prossimo post?

Ionnighitar


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