A day in the life

Ciclicamente. Si ripresenta. Una volta all’anno se non sei nato il 29 febbraio, altrimenti son cavoli tuoi… Col vantaggio, però, che quando i tuoi coetanei compiono ottant’anni tu ne compi soltanto venti. A day in the life è l’unico. Quello in cui sei nato. Poi ce ne sono altri importanti, quando hai dato il primo beso, hai imparato a pedalare senza le rotelle, se sei stato fortunato sei saltato in sella alla moto e via… non vi conosco più (chi era, Ombretta Colli?). Poi ne succedono tante, vai a scuola (questo prima della moto, si spera), ti prendi la tua bella Laura e non necessariamente anche una laurea. A me è successo il contrario: laurea sì, Laura no. Sempreché non debba contare una nipote che, essendo nipote non può entrare in giochi di parole arditi e a doppio senso, e una segretaria di grande finezza che non avrei “preso” inteso come fidanzata nemmeno se mi avessero proposto in cambio la presidenza del consiglio. Tanto c’è già un altro e poi, che diamine, Presidenti si diventa per elezione, mica per patteggiamenti o pastette subtabulari.

Ci saranno altri Day in the life, a parte quella dei Beatles. Che so, cose di poco conto come l’incontro, che non tutti hanno la fortuna di avere, con la persona che ti proponi di tenere accanto a te per tutta la vita e poi, per la miseria, finisce pure che ci riesci e per colmo di fortuna ti ci trovi anche contento. Il giorno (impagabile, in cui lo vedi, la vedi, lì, piccino, piccina, urlante e strepitante più che strepitoso/a e ti senti sciogliere a poco a poco ma in un solo istante (è un paradosso, ma voglio sapere se sono solo io che l’ho sentita così). E sai che domani, magari più che domani tra qualche mese, se no sarebbero fenomeni, ti chiameranno papà, ti chiameranno mamma. E ancora non sai quanti Day in the life impagabili ti regaleranno pian piano, giorno dopo giorno, crescendo, facendoti crescere, scoprendo il mondo e facendoti scoprire che sei uno sporco egoista schifoso perché vorresti fermare il tempo in quell’istante.

A day in the life quando, cresciutelli, capirai che il tuo compito l’hai finito. Quasi sempre male, ma l’importante è che tu l’abbia finito con la massima buonafede e mettendoci tutto l’impegno di cui sei stato capace. E se ne andranno. Magari lontano, magari vicino, magari semplicemente nella loro camera, ma saranno comunque andati come tu, a tua volta, te ne sei andato. E a proposito di andato… A day in the life anche quel maledetto giorno in cui, troppo giovane, più giovane di quanto io sia oggi, chi avrei voluto mi facesse da guida, da faro, chi avrei sperato di veder diventare un nonno orgoglioso dei suoi nipotini (di tutti intendo, quindi almeno dei miei figli, insomma), ci ha lasciato. Con un vuoto mai colmato. Con una quantità impressionante di cose ancora da dire, di istruzioni di uso e manutenzione della vita ancora da spiegare. Quel day in the life… in cui io non ero lì. Quel day in the life… il day after the day in the life…  con un vuoto milioni di volte più ingombrante, concreto e pesante di qualsiasi pieno. Con un dolore profondo che forse ancora oggi non ho saputo buttar fuori, grazie a quella schifezza di carattere che mi è stato dato in dotazione al momento della mascita. Appunto nel primo day in the life.

E poi… quante cose ci sarebbero, belle, bellissime, brutte, orribili, da ricordare. Sono bilanci? No, i bilanci sono un pesare e incasellare dati quantificabili o misurabili della vita. Morte ai bilanci. E anche alla partita doppia. Qui di partita da combattere ce n’è sempre una sola. E ti sorprende, ti blandisce per poi colpirti dietro le ginocchia (tecnicamente, sul poplite) ma ti dà, se ce la fai e se ti è rimasto almeno un po’ dei cosiddetti attributi,  se mai ne hai avuti, ti rialzi, scrolli la testa come un cane bagnato, ti lecchi qualche ferita, rompi le palle a chi ti sta più vicino giusto per scaricare un po’ di peso e giusto per dargli/le un ulteriore fardello, come se l’averti appresso tutti i giorni non fosse un castigo sufficiente per lei o per lui. E riattacchi la musica. Another day in Paradise.

Già, perché ci sono, ci saranno anche quelli (presuntuoso). In paradise sulla terra, quando il giorno sarà talmente bello da farti sentire in paradiso. In paradise, non sai quando, non sai come, non sai perché. E non sai per la verità nemmeno se sarà in Paradise o to the Hell (all’inferno). Io credo che sia buona la prima perché credo che il secondo se lo siano inventato per metterci una strizza costante addosso. Ma andrà, guarda un po’, come deve andare. Anche quello sarà A day in the life. The last day, per essere pignoli.

Ora, anche se non sento i commenti, ne sono certo. Qualcuno si sarà chiesto: “ma cosa si è bevuto/fumato questo”? Niente. Ma mi sono accorto che, rispetto a qualche anno fa, quando i soli day in the life che mi potevano passare per la capoccia erano quelli buoni, questo, che magari lo sarà altrettanto ma che porta la scritta The End si affaccia con molta più frequenza nei miei pensieri. C’est la vie.

E grazie. Grazie davvero, di tutto cuore, a chi oggi, non so perché, mi ha dato l’impressione che il ricordo del mio day in the life 2014 fosse più vispo. Intendo dire che ho passato, in passato (guarda un po’) giornate come queste in cui al massimo un paio di persone si ricordassero dell’evento. Oggi, forse, il numero è stato lo stesso ma mi è parso enormemente più nutrito. Che siano state le telefonate più lunghe? Beh, sapete che vi dico? Domani è un altro giorno, si vedrà.

Ionighitar


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