A casa di Chiara

Ma come? Due mesi che questo sta in giro a guardar per aria e poi arriva qui, fresco come una rosa, con la faccia di tolla di raccontare che è stato a casa di Chiara? E poi, Chiara chi? Quale Chiara? Chiara quando? E se passa di qui sua moglie, che ovviamente non si chiama Chiara, e legge, come la mettiamo? Oh, mi date il tempo di chiarire o sapete già tutto voi?

Allora, in primis nulla ho da temere da parte della mia metà, che a Casa di Chiara ci è venuta con me. E non solo. Ci siamo andati in compagnia di amici fidati e affidabili, quasi come fossero Notai… quindi, nel caso voleste fare come San Tommaso basta dirlo, metto qui il numero di telefono del loro studio e vi fate confermare. Ammesso che riusciate a superare i cavalli di Frisia telefonici che la fida impiegata di una vita ha il dovere e il piacere di erigere a riparo di disturbatori, perditempo e ficcanaso. Secondo me all’atto del battesimo avrebbero potuto chiamarla Mastina. Bene.

Allora, come la mettiamo con ‘sta Chiara? La mettiamo, tanto per cominciare, che nessuno qui ha mai dichiarato di doversi riferire a una fanciulla, o donna, signora, signorina o simili. Per Chiara, per essere chiaro, giustappunto, intendevo Piero Chiara. O Chiara Piero negli ambienti infestati ed infettati dalla burocrazia che impongono questa elegantissima forma che vede il cognome precedere il nome. Ahimè.

E vabbè, dice, ma scusa, tu saresti stato a casa di Piero Chiara che ormai, pace all’anima, è nel mondo dei fu dai tempi che furono? E con chi avresti avuto a che fare, con chi avresti parlato, con gli eredi, con gli aventi diritto, con il di lui spirito? Vogliamo chiarire?

Ci vorrebbe un mezzo romanzo per chiarire. Un romanzo di Chiara (magari!). Quello che volevo dire, comunque, è che sono stato a Luino, sua terra natale, e per giunta per questioni legate allo scrivere, al divertirsi e sperimentarsi in una delle mie grandi passioni. Salvo il fatto che a scrivere e sperimentare non ero io.

Ma, a proposito, che cos’è questa ossessione per Piero Chiara? Nessuna ossessione. È semplicemente che lui è stato ed è uno dei pilastri della mia formazione di lettore compulsivo, in buona compagnia, certo, ma con altri colpevole di avermi indotto a quella abitudine perversa che fino a un po’ di tempo fa mi spingeva a leggere un libro che avevo apprezzato per un numero spropositato di volte. Portandomi quasi a impararlo a memoria, ma dandomi quella inspiegabile e gradevolissima sensazione di poter scoprire, ad ogni lettura, un particolare in più, una sfumatura differente. E mi ha abituato a gustare in modo particolare un certo modo di scrivere che ho cercato di fare mio e che mi dà quasi l’impressione di sentirmi in totale comunione con chi mi leggerà. Nel suo caso, l’impressione era che io, lettore, entrassi in comunione con lui che aveva scritto. Anche se non lo sapeva.

Andiamo avanti, prima che faccia notte. Gli amici che ci sopportano per interi weekend in terra straniera e che si dilettano a loro volta di lettura e scrittura, sono entrati in contatto tempo fa con un’allegra brigata di malati della penna, o della tastiera per essere moderni, che hanno avuto un’idea davvero carina. Darsi, a scadenza sufficientemente ampia, un tema conduttore, divertirsi a ricamare coi pensieri e le parole (le opere la prossima volta) intorno a tale argomento e poi trovarsi una sera, a Luino, appunto, e leggere coram populo il frutto delle proprie fatiche.

La cosa che più mi piace in tutto questo è l’assoluta mancanza di spirito competitivo. Non è un concorso letterario. Se lo fosse stato, con l’attrazione irrefrenabile che provo per tutto ciò che prevede eliminazioni, ansie da prestazione, illusioni e disillusioni oltre che inevitabili delusioni, mi sarei fermato al valico di Fornasette riservandomi di farmi recuperare sulla via del ritorno.

Dico io, già nelle vicende quotidiane non ci viene risparmiata l’ansia, non ci mancano mai le grane, i grattacapi, le preoccupazioni grandi e piccole. Che bisogno c’è di aggiungere a un’attività che si svolge per puro piacere e divertimento quel po’di spirito combattivo che non può mancare in un confronto tra vincitori e vinti? È, a grandi linee, lo stesso spirito che mi ha sempre fatto preferire a una partita a tennis un lungo e impegnativo palleggio. Gli altri tre, comunque, non erano mai del mio stesso parere. Una serata di musica (suonata) in scioltezza, in allegria, alla “come viene viene” piuttosto che quattro serate di stress a tutto campo stile Festival di San Remo. Ecco, adesso sapete anche perché io, a San Remo, non ci sono mai andato.

Invece così mi sono ritrovato, anche se un pochino pesce fuor d’acqua come mi succede sempre quando non conosco nessuno, ad ascoltare racconti, pensieri, fatiche letterarie e piacevolissimi scorci di vita veritieri o immaginari tratteggiati negli stili più diversi, dal poetico, al quasi-ermetico al garbato umoristico, al sorprendentemente geniale. Senza mai dimenticare che da qualche parte Chiara stava guardando, quasi certamente con un sorriso benevolo, i suoi nipotini di penna radunati sul suolo natìo.

Ecco. E mo’? Conclusione? A fine serata è stato distribuito non tanto un tema, quanto un punto di partenza per ricamare nuove novelle (può una novella essere vecchia? Sarebbe un ossimoro, credo). Il guaio è che detto tema è stato consegnato anche a me. Con l’invito di darci dentro perché la consegna è imminente: il quindici agosto. Le due righe dalle quali partire mi stanno martellando nella testa da due giorni. Mi sto convincendo che non sono in grado di scrivere a tema. E non c’è niente di peggio dell’autoconvincimento. Probabilmente sono fatto per l’improvvisazione, il perditempismo letterario, la chiacchiera scritta che si sa, molto approssimativamente, da dove parta, ma non si può mai prevedere dove andrà a finire.

Sono nel dubbio e ci resterò per un bel po’, credo. Già il solo pensiero, sempre ammesso che mi riesca di scrivere qualcosa, di doverlo leggere davanti a un pubblico attento e in ascolto mi mette a disagio. Che fare? Beh, diciamo che a pensarci bene sette lunghi mesi mi dividono da questa sfida. Però, come si suol dire, il tempo vola. Non si può mai dire, rifletterò… Potrei anche assoldare un ghostwriter che faccia tutta la fatica al mio posto e un fine dicitore che divulghi il verbo di fronte a una platea, seppure di colleghi. Già, ma poi come ricompensarli? Con un’edizione economica, usata, delle opere di Piero Chiara? Un bel dilemma, non c’è che dire.

Ionnighitar


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