Signore e Signori…

Il primo monoscopio RAI, Torino, 1947

Mi capita sempre più spesso di non sapere cosa guardare in tibbù, la sera. Non sono un videodipendente ma nemmeno uno scatenato frequentatore di locali, discoteche, cinema, teatri o anche solo case di amici. Direi che frequento solo queste, per la verità, quando capita. Ragion per cui la sera, prima di passare alla fase lettura che generalmente riservo alla posizione semiorizzontale del lettone, prima c’è la fase tibbù. Già. Sempreché in tibbù ci sia qualcosa di decente da vedere. E considerato che, a dispetto della pletora di alternative che il digitale terrestre offre, credo di aver capito che la programmazione aggratis e in chiaro privilegia quasi sempre quella a pagamento (spingendo verso una scelta forzata e forzosa), mi ritrovo spesso a dover scegliere tra il nulla e il nulla. A volte scelgo il nulla. Ci sono sempre le parole crociate. A volte, come ieri sera, ricorro alla mia astuzia proverbiale bypassando il deserto dei palinsesti. Come? Ricorrendo a film o spettacoli scaric…. ehm…. masterizz….. ehm…. che ho raccolto su una serie piuttosto nutrita di DVD.

Ieri sera, e non era la prima volta, mi sono trovato in una situazione di quel tipo, con un’aggravante. il mio umore era talmente gioioso e disposto alla riflessione o al lasciarsi coinvolgere da trame complesse e impegnative che qualsiasi film proponibile è stato immediatamente scartato. la serie un po’ più leggare, che va da Mel Brooks ai demenziali di Leslie Nilsen o a una serie che ancora devo vedere di vecchie pellicole dei fratelli Marx è off-limits. Veto familiare. Potrò vederli solo quando sarò da solo, cioè praticamente mai. Sto addirittura dimenticando Frankenstein Junior che in casa mia gode di un particolare ostracismo. Non è capito. Non è apprezzato. Non è gradito. salvo poi strappare risate a chi lo boicotta, ma questa è un’altra faccenda.

Tornando a bomba, mi sono concentrato sulla scelta tra una discreta serie di one-man-show, teatro comico, trovata e raccolta con pazienza. Ci sono cinque o sei nomi in lizza, tutti comici che ho imparato ad apprezzare a Zelig quando trovavo Zelig piacevole e divertente. Oggi, tanto per non perdere l’abitudine a fare il criticone incontentabile, faccio fatica a vederlo, Zelig. Lo trovo pesantemente peggiorato come livello di comicità, condotto come sempre in modo magistrale da Bisio, ma non è abbastanza. La Cortellesi, che trovo peraltro sia una grande profesionista, ha due difetti imperdonabili. Primo, non coinvolge, è studiata, a volte così impostata da sembrare ingessata, professorale, profondamente consapevole delle sue capacità e magari anche un po’ di più. Insomma, sbaglierò, ma a me non dà per niente l’impressione di divertirsi. E questo è grave. La seconda cosa che mai le potrò perdonare è di aver sostituito Vanessa Incontrada, o Infostrada per gli amici. La freschezza, la spontaneità, a volte l’improvvisata imbranataggine fatta persona. Con la trascurabile aggiunta di una fisionomia (parlo di viso, malfidenti) che basta e avanza abbondantemente per farmela apprezzare.

Come al solito l’ho tirata in lungo. Stringo. La scelta è finita su uno dei quattro o cinque spettacoli che ho raccolto di Enrico Brignano. Che, insieme a Paolo Cevoli e Giuseppe Giacobazzi costituisce a mio parere la triade al top dei vari cast che hanno calcato negli anni le scene di Zelig. Brignano è fantastico. A parte che se cerco di assistere impassibile, impermeabile alle battute e volutamente critico, c’è da restare a bocca aperta se si pensa che regge senza fatica uno spettacolo di più di due ore con una verve e un ribollire di battute alternate a fitte fasi di recitazione da non credere. Oddio, senza fatica magari no, perché suda sempre peggio di un sollevatore di pesi bielorusso trapiantato ad allenarsi al centro del deserto libico. Ma resta straordinario.

ha la capacità di scivolare da un tema all’altro in modo elegante e senza sobbalzi, regge una sequela di giochi di parole, di doppi sensi che nemmeno una sola volta sono volgari, affascina il pubblico e lo incanta in mille modi. E’ irresistibile quando veste i panni di personaggi storici assumendone i probabili atteggiamenti e saltando dall’uno all’altro con la semplicità più disarmante. Ricordo un numero, proposto anche a Zelig anni fa, in cui percorreva l’Italia attraverso i dialetti, con una facilità e una fluidità nei passaggi davvero unici. E non parlo di dialetto lombardo piuttosto che veneto, piemontese, siciliano o romanesco. Coglie le sfumature tra città e città. Un bresciano e un mantovano, per esempio, possono arrivare a non capirsi tra loro, pur essendo lombardi. Sempreché riescano a farsi capire da qualcuno che viva oltre i dieci chilometri dalla loro zona di origine.

Dunque, grande Brignano, viva Brignano. L’altra domenica avevo scelto un Paolo Cevoli d’annata. Famoso per l’assessore Palmiro Cangini e per l’imprenditore Teddi Casadey, dell’omonimo maialificio, sa uscire dai due personaggi alla grande, reggendo uno spettacolo in beata solitudine e divertendo, incantando, tenendo sempre viva l’attenzione degli ascoltatori sul mare di patacche che racconta a ruota libera. Bravo Cevoli, Viva Cevoli.

In cantiere mi aspettano Giacobazzi e Raul Cremona, altro grandissimo… Per chi è abituato a vederli negli spazi e nei tempi ristretti di Zelig il mio consiglio è di vederli da soli. C’è solo da guadagnarci. E da divertirsi.

Ionnighitar


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