Al cinema in poltrona

Premessa: non sono un cinefilo. Non vado mai al cinema, non conosco le novità, raramente apprezzo film che i cultori ritengono pietre miliari, non mi piacciono molti dei mostri sacri che i veri intenditori (lasciamoglielo credere) venerano a prescindere. La mia sala preferita è sul divano, a casina e si noti che non ho nemmeno un 58 pollici, anzi.

In compenso ci sono film che avrò visto non so nemmeno io quante volte, che adoro (e vorrei vedere, chi è lo scemo che guarda decine di volte un film che detesta?), che non devono per forza appartenere a un genere definito, che non devono per forza aver fatto tremare il ventricolo sinistro alla giuria di Cannes, di Venezia o sfiorato un minimo di sette oscar.

Ho attori che prediligo, mi pare umano, ed è anche logico che nei loro confronti sia più disposto a trovare piacevole o anche solo passabile qualcosa che interpretato da altri rifiuterei. Esiste qualcuno che non abbia simpatie? Preferenze? Antipatie? Insofferenze. Se c’è, non sono io.

Detto questo, anche se non lo inserirei tra i miei interpreti al top, sta di fatto che a Tom Hanks è toccato di essere protagonista in alcune tra le pellicole che più mi piacciono. Non dico tutte, ma anche le meno riuscite, hanno un qualcosa di speciale che me le fa ricordare con piacere.

Ne parlo adesso perché ieri sera ho rivisto per la …. volta “Il miglio verde”. E ogni volta mi lascio prendere, mi affascina, mi commuove, mi fa rabbia, inchioda la mia attenzione e mi lascia regolarmente stupito e soddisfatto, alla fine. Il mito in questo film è John Coffey, personaggio straordinario già del suo, ma che, tanto per non ribadire l’importanza del casting, un solo uomo al mondo avrebbe potuto interpretare alla perfezione. E quest’uomo l’hanno trovato: si chiama Michael Clarke Duncan. Perfetto. Unico. Irripetibile.

A giorni trasmetteranno un altro film con Tom Hanks, decisamente meno interessante, un po’ più scontato e banale, ma anche questo ha un coprotagonista che mi piace un sacco. Il film è “Cast away”, storia di un naufragio in solitario di un funzionario DHL ligio al proprio ruolo in modo addirittura maniacale. Detto questo, la star per me è Wilson. Un pallone da volley recuperato tra i pacchi che DHL avrebbe dovuto consegnare, precipitati con l’aereo e approdati su un’isola deserta insieme al solo Hanks. Nella sua solitudine disperata, trovato il pallone, sporcatolo senza intenzione con una mano insanguinata, ne riesce a immaginare e tratteggiare un volto quasi umano e ne fa il proprio compagno di sventura, che lo salverà dalla disperazione più devastante.

Per ultimo, anche se per me è il primo, di sempre, forse per sempre… Forrest Gump. Forse potrei recitare le battute al contrario, dalla fine all’inizio. Forse potrei guardarlo senza l’audio conoscendo già ogni sfumatura dei dialoghi. Credo che potrei (e finirà di certo così) rivederlo altre decine di volte. Non smetterà mai di piacermi, commuovermi, affascinarmi e incantarmi.

Come si fa a resistere a battute tipo: «Hai mai visto una barca per gamberi? No, ma ho visto una barca per uomini.» E come questa ce ne sono a decine, vanno gustate, risentite, apprezzate…

Mi rendo conto, però: è una cosa molto soggettiva. Mi sono accorto e mi accorgo sempre più spesso che i confini entro i quali si muovono l’ironia e il senso dell’umorismo sono quanto di più sfumato e soggettivo si possa immaginare. Ciò che a qualcuno pare irresistibile può sembrare del tutto insulso ad altri. Quella che a me sembra la battuta del secolo ad altri può arrivare come una frase insensata e del tutto priva di carattere. E qui, finalmente, mi sento profeta dell’ovvio, come Francesco Alberoni. Finalmente.

Ionnighitar

Gump, Benjamin Beauford Blue, detto Bubba, e il tenente Dunn

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.