3N-Part two

palle-di-Natale-mondoNon cominciamo con le illazioni. La foto raffigura due palle di Natale. Quelle dell’albero. Semplicemente quelle. Non ci sono doppi sensi, non intendevo dire «ma che due….», non avevo intenzioni polemiche. Scusate un secondo, devo aspettare che mi si accorci il naso perché mi impiccia con la tastiera!!! Poi, cosa volete che abbia da lamentarmi, oggi che sto assaporando il primo giorno delle dismissioni della ministra Fornero, l’anti-anti-viglia di Natale senza il ministro Giarda/Dumbo e quel grande politico del nostro EX ministro degli esteri? C’è di che festeggiare. Salvo che qualche intelligentone non riesca ad imporre che i due marò (a proposito, credo siano rientrati, a quest’ora) tornino davvero in India. Ho dichiarato ufficialmente che se l’Italia li restituisce chiedo la nazionalità rumena. vedremo. Chiuso l’argomento.

Invece vorrei tornare a ricordare con un po’ di nostalgia e con l’illusione che stia cadendo una neve soffice e benevola come quella che ricordo negli anni della mia infanzia, qualche atmosfera natalizia di tanti, tantissimi, troppissimi anni fa. Guardate che è strana sta cosa… Ho passato con Ch. più o meno due terzi dei miei Natali; grosso modo il quaranta per cento con la presenza dei nostri figli, quindi avrei di che ricordare natali da piccioncini prima e da genitori in erba poi. Con due regali ineguagliabili quali sono stati i due ex pargoli.

Certo, ricordo sia gli uni che gli altri… il piacere dello scambio di doni da fidanzati prima, da sposini poi, il piacere di sentirsi una famiglia, ancorché in fase di completamento, ma con un suo mondo, un suo nido, una sua sfera privatissima, che a Natale incontrava e si intrecciava con altre sfere (mai con alte sfere, per fortuna). Poi, il Natale del 1985, con l’annuncio al mondo (più che altro alle nostre famiglie) della messa in cantiere di quello che poi ci avrebbe dato l’immensa gioia di diventare Giaco. Tempo un Natale da figlio unico, e in occasione del successivo si era già pronti a ricevere in casa quella meraviglia di sua sorella. Arrivata a renderci doppiamente felici agli inizi di gennaio.

C’è una foto, credo una delle più tenere e dolci della nostra fototeca, in cui Giaco, in vestaglia scozzese, seduto sul divano, tiene in braccio la sua “Ina”, che mai si è capito se stesse per sorellina o fosse un’abbreviazione del nome. Pignoli, è vero, è dopo il Natale, ma come fare a non considerare quegli istanti come la prosecuzione di quella che, sulla carta, dovrebbe essere la festa più bella, gioiosa e commovente dell’anno?

Beh, dopo quel particolarissimo Natale tanti altri si riaffacciano alla finestrella dei ricordi. Tutti con qualcosa di bello, di tenero, di malinconicamente e nostalgicamente dolce. Eppure… Eppure quando si avvicina il Natale (anche quest’anno) e a dispetto del fatto che, se come ho detto, dovrebbe essere la festa più bella dell’anno, sa spesso tradursi in una tremenda rottura… (sarà per quello che adorniamo l’albero con le palle colorate?), non so come sia, ma i Natali che riaffiorano più facilmente nella mia testaccia confusa sono i più lontani.

Mi vengono in mente le giornate ricche di aspettativa, di attesa, di desiderio di raggiungere la mezzanotte della notte più santa che ci sia. I giorni della preparazione, dei sogni, dei desideri… eppure a pensarci adesso mi vien quasi da ridere se li paragono all’atmosfera da fiera delle vanità e del superfluo che ormai ha spazzato via ogni sentimento. Ecco, erano giorni di sentimento. Descrizione un po’ oscura, ma cercate di capire cosa intendo (non ho detto Nintendo).

Mi vien da ridere a pensare alle mie letterine a Gesù Bambino (che alla fine confondo nei ricordi con quelle ricevute a mia volta quando il ruolo di dispensatore di doni era ormai passato a me). Ma mi commuove rivivere certi flash. Per esempio ho ben chiaro come spesso, poco prima di Natale, andassi con la mamma e forse da solo qualche annetto più tardi, a trovare e salutare la Rina. La custode di una casa di via Zenale che non so come fosse entrata nella nostra vita, ma c’era entrata. Aveva un figlio, Carluccio, più grande di me. Lo ricordo. E ricordo come andasse orgoglioso del suo presepio. Quasi quanto io del mio.

A riprova della mia teoria che i ricordi molto spesso si legano a sensazioni sensoriali, la cosa che più amavo in quei giorni era il profumo che l’albero spandeva in tutta la casa. Poi spandeva anche gli aghi, ma questa è un’altra faccenda. L’altra sera a casa di amici ho visto un albero di Natale vero. Non artificiale intendo. Bello. Arriva da non so dove ma è più probabile che venga dalla Finlandia piuttosto che dal Qatar. Ora gli aghi non li perdono più, forse sono alberi OGM. In compenso, del profumo dell’albero non c’era la benché minima traccia. Triste. Molto triste.

Non posso scriverne per ore, ma due cose le voglio ricordare prima di chiudere. La prima, curiosa e affascinante, è un’operazione messa in atto da mia sorella quando ormai sembrava che cominciasse a vacillare la mia certezza circa il passaggio di Gesù Bambino attrezzato di asinello. Beh… la mattina di Natale sul tappeto dove erano ammonticchiati i regali (di tutti) c’erano orme di minuscoli piedini che fatte di polvere dorata. E’ stato magico, unico, indimenticabile, come mi pare sia sin troppo evidente. Vedendole ho rimandato a data da destinarsi tutte le mie perplessità e i miei dubbi. Le orme portavano dritto al piattino con resti di biscotto e bucce di mandarino. Cos’altro avrei potuto pensare se non che Gesù bambino aveva voluto lasciarmi una specie di autografo?

Infine… Infine il ricordo, i ricordi che più mi stringono il cuore mi portano a rivivere l’atmosfera delle notti di Natale in cui c’eravamo tutti. Non ero piccolissimo, logicamente. E uscivamo, tutti assonnati ma elettrizzati dall’evento, per andare a messa. A mezzanotte. Un sonno da paura. Messe ascoltate per modo di dire. Il desiderio di rientrare al calduccio prima possibile. Ma c’era un particolare: c’era il papà. C’era ancora anche lui. E con i miei genitori (i fratelli non so, c’era parecchia differenza di età, magari andavano per i fatti loro) andavamo in una delle chiese vicine. La più accogliente era la cappelletta della clinica San Giuseppe, ora diventata Ospedale, e poi teatro delle mie paternità.

Ecco. C’era il mio papà. C’era ancora. E per andarsene ha aspettato proprio un Natale, troppi anni fa. Il Natale più brutto in assoluto. Se n’è andato tre giorni dopo. E io, maledettissimo me, non c’ero. Avevo vissuto tre lunghissimi mesi della sua malattia e della sua sofferenza. Mi hanno spedito a cambiare aria per qualche giorno. Giusto in tempo per non essere lì. Sono tornato appena mi hanno detto che si era aggravato. Bugia pietosa. Non aveva potuto aspettarmi. E’ una ferita che non credo si rimarginerà mai. Una ferita che rivivo ogni Natale. In segreto, prima che mi venisse spontaneo raccontarlo al blog. Buon Natale a tutti, a chiunque passi a leggere. Davvero, Buon Natale. Ne abbiamo un gran bisogno.

Ionnighitar

Meccano1
Una volta questi erano i doni che ci aspettavano sotto l’albero… Embé? Mica sto perlando del 18° secolo. E’ che poi la tecnologia e l’informatica hanno accelerato in modo incontrollato ogni nostra visione delle cose. Ma il Meccano resta sempre il Meccano. Tiè.

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