Trenta – Gli autoctoni

Mi sono messo a riflettere sulle persone del paese che ricordo con più facilità, esclusi, ovviamente, parenti, amici più frequenti (la Enza e sua sorella Marzia, l’Ambroeus) e persone che facevano in pratica parte della famiglia anche se non all’anagrafe (il Gildo, la Paola, l’Angelo e la Maria). Di loro un pochino ho detto e di sicuro prima o poi dirò ancora.
Non è così semplice, a dir la verità. Alcuni esercenti li ho già citati, lo so benissimo, ma come si fa a non ricordare ancora una volta, per esempio, la Fiora e suo marito Lino, che a meno di dieci metri dal cancello di casa ti offrivano praticamente lo scibile umano? Non mi ricordo se l’ho già detto, ma qualche volta mi è capitato di ficcare il naso nel loro magazzino, confinante con la nostra portineria, e ancora adesso ho la sensazione di una specie di Babilonia in cui, rovistando, avresti potuto trovare, forse, anche un acceleratore di neutroni. Oltre al prosciutto crudo, ai formaggi e alle farine e granaglie sfuse. Alla faccia delle ASSL e della ottusità della Comunità Europea e di tutte le sue regole insulse.
Quando la Fiora decise di averne abbastanza (in tutti i sensi, credo), cedette lo scettro alla Marina e al marito, Mario. Che poi, ho scoperto al cimitero dove soggiorna da parecchio tempo, non si chiamava nemmeno Mario. Anche con loro i rapporti erano ottimi. I salumi, pure. E chissà com’è, ma in quel negozio, che se non ricordo male sfoggiava l’insegna “Posteria”, da non confondersi con osteria né con Pusteria (Val) e che non campeggiava più su nessun negozio cittadino se non nelle zone più caratteristiche e incontaminate, regnava da prima e continuò a regnare fino alla fine la componente femminile dell’azienda. Nessuno ha mai detto “vado dal Lino”, o “dal Mario”. Il negozio era rigorosamente identificato con il nome della sua comandanta (scrivo così casomai la sciura Boldrini leggesse). Bene. E i Serafini? Da non confondersi coi Cherubini, i Principati o le Potestà, erano due ma si occupavano di prodotti differenti. Uno, in pizzo a un bancone di marmo candido che quando ero piccino mi pareva un pulpito, dispensava carni e (pochi ma buoni) salumi. Ma so di averne già parlato. L’altro trattava frutta, verdura e bombole del gas. Occupandosi in prima persona di quest’ultimo aspetto e delegando al resto prima la moglie, poi anche la figlia. Proprio vicino al suo negozio c’era il panificio. Nella notte dei tempi negozietto angusto gestito da una donnina che mi è sempre parsa una nonna e magari allora aveva quarant’anni. Poi rilevato da una famiglia di panificatori arrivati da qualche decina di chilometri di distanza, guidati dopo qualche tempo dal rampollo Ettore, amico dell’Ambroeus e, di riflesso, mio, che portò l’esercizio alle più alte vette del successo sfornando pani sempre più appetitosi e stuzzicanti. Poi? Beh, poi la latteria, che, come ho ricordato nei primi post, era vicinissima a casa, in una stradina stretta stretta in leggera discesa prima di arrivare al cortile del Tino, indimenticato e rimpianto oste quasi, anche lui, di famiglia. E anche in latteria c’era una donnina minuta, capelli bianchi raccolti a crocchia, madre di un autista delle corriere. Ma tu pensa cosa mi torna in mente!
Corriere che, essendo il paese sul confine con la Cunfederaziùn e quindi risultando in un certo senso “stazione di testa” avevano il loro capolinea e la rimessa proprio nel piazzale di fronte al negozio del panettiere. E che mi affascinava come fosse stata un salone di auto di grande prestigio. Cinque o sei corriere blu. E nient’altro.
Vicino a casa nostra abitava la già citata Maria Züchéta con la figlia Ida. La casa più vecchia del paese, con una panchina in pietra vicino alla porta e una meraviglia di loggiato proprio di fronte alla finestra della mia camera. Rasa al suolo (non la Maria, la casa), come si sa, a beneficio di una schifezza architettonica di rara bruttezza.
Ho un ricordo vago su un paio di persone. Una era tale Lüisina, detta “màta”, forse perché non ritenuta con tutte le rotelle a posto e un’altra, di cui non so nulla, sordomuta, che mi pare abitasse nel secondo cortile di casa nostra prima che lo abbattessero per metà. Da bambino, soprattutto la seconda mi metteva addosso una certa fifa quando per la strada gridava facendo i suoi versi che, come è facile immaginare, risultavano semplicemente tali. E i bambini, si sa, non è che vadano tanto per il sottile a chiedersi o riflettere su uno stato di minore fortuna degli adulti che incontrano. Va ancora bene quando non li prendono di mira con una cattiveria e un cinismo che solo loro hanno e che, per fortuna, alcuni perdono sul crescere. Io mi limitavo a registrare un certo stato di inquietudine quando passavano nel raggio di una decina di metri di distanza. Adesso so che non era molto caritatevole, ma era così, che ce posso fa’?.
A proposito di persone meno fortunate (molto, decisamente molto meno), mi fa tenerezza il ricordo di un bambino che veniva abbastanza spesso a giocare con noi, con l’Ambroeus e la Enza. Era Fausto, il figlio minore della Rosa, che veniva, mi sembra, dalla nonna a fare le pulizie. Era poliomielitico. E non so nemmeno se basti quello. C’era dell’altro, di sicuro. Sempre in carrozzella. Era anche abbastanza difficile comunicare con lui, ma ci riuscivamo. Ricordo perfettamente che portava sempre i capelli a spazzola, beh, come me e l’Ambroeus, del resto, ma quello che ho impresso nella mente è il suo sorriso. Non sempre e non solo quello, certo. Ma adesso, pensandoci bene, la cosa incredibile è il rendersi conto che, con il poco per cui avrebbe avuto di che sorridere, proprio il suo sorriso è la cosa che è riuscito a stampare indelebile nei miei ricordi. So che se ne andò molto presto. Come spesso succede in questi casi. E so anche dove si trovi adesso. O per lo meno dove l’abbiano messo a riposare. Ecco, forse non è una gran bella cosa da dire, ma una passeggiatina nei viali del cimitero, soprattutto nei paesini, è una fonte di ricordi straordinaria per chi, come me, vuol farsi un giretto nel passato.
Cosa che cercherò di fare con moderazione, altrimenti tra sei anni sarei ancora qui a raccontare di questo e di quello. A proposito, non posso, ovviamente, fare nomi, ma girellando da quelle parti mi sono capitate sotto gli occhi le fotografie di alcuni altri personaggi che, in tempi remoti, vedevo o sentivo nominare un po’ come eroi negativi. Personaggi dediti ad attività non sempre cristalline o per lo meno poco gradite alla Guardia di Finanza. Figure più o meno importanti in una specie di congrega discutibile (a volte parecchio discutibile), spesso in sella a moto potenti o al volante di macchine veloci. Tutti o quasi (credo) in sottordine rispetto al personaggio più in vista, quello che, si diceva, si era costruito una casa sul confine dalla parte italiana e un’altra da quella elvetica raccordandole con un tunnel sotterraneo per una maggiore comodità negli spostamenti. Non so se sia vero. Una cosa, però, la so per certa. Per qualche anno il mio papà fu assessore comunale, non so con quale incarico.
Raccontava di essere stato contattato dal personaggio di cui sopra, che si offriva di finanziare una parte importante dei lavori per la sistemazione della strada “dei boschi”, che correva e corre, appunto, tra campi e boschi, a condizione che una certa curva venisse costruita un po’ sopraelevata, così da permettere una maggiore velocità nel percorrere quel tratto, evidentemente critico per le auto in fuga. Abbiamo rischiato di avere anche noi la nostra piccola parabolica. L’accordo non venne perfezionato. Chi va piano va sano e va lontano. Anche se a volte lo becca la Finanza che lo insegue. Altri tempi.

Ionnighitar


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