Ventisette – Prosit

Il mese scorso, rovistando in uno di quei cassetti che ti possono riservare qualsiasi genere di sorpresa e, naturalmente accendere una sequela di ricordi e risvegliare sensazioni temporaneamente messe a riposo, mi sono capitati tra le mani due oggettini di fattura artigianale che mi costringono a toccare un argomento già trattato un annetto fa. Così vediamo se siete lettori attenti, affezionati o frequentatori occasionali e distratti. Cosa che al vostro posto cercherei senz’altro di essere anch’io.
In un vecchio post, dicevo, ho trattato l’argomento di quella che, credo, si dovrebbe chiamare tecnicamente telescrittra medianica. Boh. So che qualcuno che sta leggendo non solo ricorda di aver letto il post, ma anche e soprattutto di avere avuto un ruolo fondamentale in questa strana, misteriosa e a volte un po’ inquietante attività che per alcuni di noi fu, per un certo periodo, un innocuo ma assiduo passatempo.
Insomma, per farla breve, mentre stavo cercando qualcosa che nemmeno ricordo più e che, ovviamente, non ho trovato, vedo spuntare un paio di cartoncini bianchi, formato cartolina, più o meno, accuratamente ricoperti da una pellicola trasparente o comunque da un sottile foglio di plastica e incorniciati per benino così da renderli non solo funzionali, ma anche duraturi nel tempo. Di cosa si trattava? Di due mini tabelloni (il che è un controsenso, o un ossimoro, già in partenza) con le lettere dell’alfabeto e i numeri scritti a penna. Che fosse la base di partenza per giocare, come a suo tempo e con le braghette corte avremo fatto qualche milione di volte, a “nomi, città e fiori”? Nossignori. Si trattava, inequivocabilmente, di due tabelle portatili preparate con cura e con senso pratico, per un facile trasporto e senza eccessivo ingombro, dalla zia Adele per “fare il bicchierino”. Ove per bicchierino, come dicevo sopra, si deve intendere quella sfaccettatura particolare di una pseudo-seduta spiritica in cui i partecipanti, posando un dito sul fondo di un bicchierino rovesciato, di un ditale da cucito o sull’orlo di un anello e sfiorandolo appena, vedono muoversi di moto proprio (illusi) e di lettera in lettera il diabolico marchingegno così da formare parole di senso a volte compiuto, altre un po’ meno, in risposta a una serie di domande talvolta un po’ cretine rivolte a qualche entità presente nell’ambiente ma già trasferitasi  colà dove tutti prima o poi finiremo.
La zia Adele, credo, e credo anche di non essere stato il solo a crederlo, una qualche facoltà medianica mi sa che ce l’aveva in dotazione naturale. Tant’è vero che spesso, e i due nanotabelloni ne sono la prova, riusciva a leggere risposte alle sue o nostre domande senza nemmeno bisogno della catena di falangette collaboranti o di un bicchierino qualsiasi, per quanto di misure lillipuziane. Le bastavano due cose: il suo dito e la sua concentrazione.
Raccontava spesso, e forse a mia volta l’ho già raccontato qui ma nella peggiore delle ipotesi mi ripeto (repetita juvant mi pare, no?) che tanti tanti anni prima, durante la guerra, quando lo zio Giorgio, militare, era finito chissà dove gentilmente ospitato per un soggiorno gratuito dalle amabili truppe teutoniche, una bella sera, riunite (chi, non lo so, ma almeno lei e la nonna ci scommetterei) nella sala della nonna, appunto, interpellarono una qualche entità svolazzante da quelle parti, per avere notizie del congiunto di cui da tempo più nulla si era saputo.
Il responso fu il seguente, a grandi linee: “Giorgio è nel paese di Frida e Simona”. Che uno dice: mannaggia hai capito questo? Noi stiamo qui a preoccuparci e lui se ne sta a sollazzarsi beatamente in compagnia di qualche valchiria fregandosene del fatto che noi, per l’assenza sua e di sue notizie ci stiamo perdendo il sonno. Quando torna, se torna, ci sente!
Però, ripensandoci bene, quei due nomi qualcosa di famigliare ce l’avevano… Vediamo… Frida, Frida… Simona… Alt. Ma stiamo scherzando? Ma com’è possibile? Frida e Simona sono i nomi di due delle mucche che stanno ruminando beatamente nella stalla a una trentina di metri da qui. E quindi? Che significa?
La spiegazione è presto data, soprattutto perché confermata al momento del ritorno dell’ex-prigioniero da un campo di concentramento in cui c’era da far festa quando ci si poteva mangiare le bucce di patata. Le due mucche, si dà il caso, non erano di razza Simmenthal (che oltretutto è scritto con l’acca solo sulle scatolette di carne), non erano Bruna alpina, non erano Longhorn né Shorthorn, né Angus (famosa per il filetto, poveretta) né tantomeno Chianine o Romagnole. Nossignori. Erano Frisone Olandesi, quelle pezzate bianche e nere che sono delle latterie ambulanti.
Quindi? Quindi lo zio Giorgio, al tempo della consultazione del tabellino si trovava esattamente in Olanda. E questo chi lo poteva sapere? Va’ a saperlo!
Di certo né la nonna né la zia che altrimenti, ci scommetto, sarebbero state di sicuro in grande ansia, per essere ottimisti, ma non tanto quanto trovandosi nell’ignoranza più assoluta di dove fosse finito il loro figlio e fratello.
E mi sento di escludere anche che ne fossero a conoscenza le suddette Frida e Simona, in primo luogo perché vivendo recluse nella stalla non potevano avere contatti di alcun genere con il loro paese natìo e poi perché sono quasi sicuro che non avessero, in ogni caso, partecipato alla seduta spiritica. E allora? Mistero. O fortuna, se volete, ma sempre misteriosa, però.
Ecco, questo è un episodio che mi ha sempre lasciato per metà perplesso, per l’altra incredulo, per l’altra stupito e per la quarta impressionato.
Molti altri casi, molte altre strane risposte, alcune del tutto assurde e improbabili, altre a dir poco sconcertanti, altre ancora del tutto incomprensibili hanno punteggiato i nostri, chiamiamoli, esperimenti di contatto con l’aldilà.
Ad un certo punto, forse perche un bel gioco dura poco anche se non è un gioco, almeno per quanto mi riguarda l’argomento venne messo nella soffitta dei ricordi. Qualcuno, che legge, qualche altro esperimento lo tentò. E mi ha riferito di conferme inquietanti ricevute in tempi non sospetti e successivi, ovviamente, alle rivelazioni del bicchierino.
Non ne voglio sapere. Preferisco ricordare, molto più prosaicamente, che per fortuna sul tavolo di bicchierini ce n’erano sempre anche parecchi altri. Non venivano lasciati a gambe per aria. Venivano, molto più semplicemente, riempiti e vuotati con dedizione e perseveranza encomiabili. Ma non si dica che questo era il motivo delle strane risposte che gli amici ultraterreni ci fornivano. Sarebbe falso, oltre che irrispettoso.

Ionnighitar


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