Sopravvivranno al Natale?

Ci risiamo. Un’altra volta a celebrare il Natale. Ripetendo, come in occasione di quasi tutti i Natali precedenti (parlo per me, almeno), “speriamo che passi alla svelta”.
Non so cosa dirvi, ma se dovessi mettermi qui, carta e matita, a stilare un elenco dei Natali passati e, Gesù Bambino me ne scampi, a fare un bilancio o dare un voto di gradimento anno per anno, sarei in grossa difficoltà.
In primo luogo perché, concedetemelo, anche se per certe cose posso vantare una memoria discreta, per quelle che mi acchiappano meno ha un grado di volatilità esagerato. Quasi da non ricordarsi più cosa si è fatto per Natale il giorno di Santo Stefano.
Poi perché, avendo raggiunto, almeno all’anagrafe, la cosiddetta età matura, ho maturato, appunto, la ferma convinzione che se c’è una cosa da evitare come la peste sono i bilanci. Parlo di quelli personali, il bello e il buono, i toni altalenanti tra il rosa, le svariate sfumature di grigio e il nero delle stagioni passate (e presenti), le voci del cattivo e del passivo che non possono essere incasellate né da un ragioniere né da uno stimato professionista esperto di partita doppia. Per gli altri bilanci, quelli contabili, non ditelo a nessuno ma il solo sentirli nominare mi fa venire la pelle d’oca. Anni di studio buttati al vento.
Siamo onesti. Quelli di un sacco di anni fa, ma un sacco grosso così, erano piacevoli, graditissimi, pieni di emozione e di atmosfera magica. E non cominciamo a tirar fuori la solita solfa dei regali. Ovvio che erano tali anche per quello ma, anche se rischio di non essere creduto, ho un ricordo più forte e positivo di tutto quello che girava intorno al Natale, soprattutto dei giorni che lo precedevano: le attese, le luci, l’albero profumatissimo e il presepe casalingo, con buona pace dei parroci che oggi evitano coraggiosamente di esporlo per non esporsi alle critiche o, peggio, nel timore di offendere qualcuno che dovrebbe apprezzare la celebrazione in pompa magna della figura del dromedario e del cammello.
Approposito di cammelli. A voler essere pignoli i presepi standard erano davvero curiosi: galline alte minimo minimo come mezza pecora, pecore a volte più alte dei dromedari, il bue e l’asinello che paragonati alle dimensioni del bambinello dovevano essere stati reclutati nella fattoria di qualche lillipuziano. E gli artigiani, gli scenari? Ma dico io, salvo errori l’ambientazione doveva richiamare la Palestina. Dove immagino ci fosse qualche roccia, oltre alla sabbia, ma dove dubito che il muschio andasse via come se piovesse. Le palme c’erano, salvo che si trattasse di zone desertiche, ma i laghetti, le cascatelle, magari qualche conifera d’alto fusto… ho qualche dubbio. Passi per i pastori, ho non poche perplessità sui pescivendoli, che laggiù dovevano avere qualche difficoltà di conservazione del pescato, ma alzi la mano chi non ha mai visto un presepe con la bottega del falegname (un concorrente di San Giuseppe), completa di sega a nastro, bancone e magari una piallatrice, anche se mossa dalle pale di un mulino. E non venitemi a dire che non avete mai e poi mai visto il treppiede sul fuoco con il paiolo della polenta, perché non ci credo. Sembra che molti anni fa una nutrita schiera di pastori e artigiani, finita la festa della natività e metabolizzatane la novità, si sia messa in cammino verso nord per stabilirsi in una regione detta Orobia per fondare una nuova colonia che venne chiamata Birgum.
Alcuni si fermarono nella parte pianeggiante. Altri, più ardimentosi, fecero ancora qualche chilometro e si attestarono in zona rilevata, dando così origine alle ormai ben note Birgum Supra e Birgum Inferius. Ma mantennero viva la tradizione della polenta, accompagnata un tempo da carne di montone o di cammello. Più tardi dai ben noti osei scapai. E poi, quando si misero in testa di stilare un menù in forma poetica, con qualche rima che l’abbellisse, misero nell’elenco dei primi anche i casonsèi.
Mi dite che anche oggi ci sono i profumi, i colori, le luci del Natale? Non lo metto in dubbio. Forse il fatto è che io non me ne accorgo più. Forse non do loro più alcun peso, alcuna importanza. Forse è tutta colpa della carta d’identità. Forse del fatto che è già un miracolo se riuscirò a vedere riunita tutta insieme la mia numerosa famiglia (quattro persone) e nemmeno per ventiquattrore filate. Funziona così. Amen. So che non sono certo il solo. So anche che c’è chi sta decinaia di volte peggio. Mi dispiace, sinceramente. Ma credo, che, volenti o nolenti, quando ci si trova a dare un giudizio sulla propria situazione si tenda leggermente ad essere un po’ egoisti. Nonostante il Natale. Stop.
Ancora due cose: so per certo chi potrà dichiararsi felice del Natale, ma solo dopo Natale. Tutti i discendenti del personaggio raffigurato là in cima in una foto d’epoca, scampati all’ecatombe. Già hanno tirato un grosso glu glu di sollievo se ce l’hanno fatta a imboscarsi per il Thanksgiving Day, ma se in aggiunta riusciranno a dribblare anche il Natale immagino saranno propensi a festeggiare alla grande. Magari allestendo un banchetto. Magari concedendosi un tacchino ripieno. Cannibali. Homo homini lupus. Tacchinus manducat tacchinum.
Per inciso, anche se l’occasione canonica per consumarlo è la notte di capodanno, giusto per fare il bastian contrario so già che a Natale mi gusterò un fantastico zampone arrivato fresco fresco da Bologna ieri, come ormai da qualche anno succede. Questa volta non ho avuto l’occasione di andare davanti alla vetrina di uno dei templi del maiale in quel dell’antica Felsina a stamparci l’impronta del mio naso e delle mie mani restando in adorazione al freddo. Ma, come dice il detto, se il sottoscritto non va allo zampone, lo zampone va al sottoscritto. Per gli spuntini è arrivato anche un cotechino. Ma ho una preferenza incrollabile per il fratello maggiore (mi riferisco ai salumi, sia ben chiaro), con le sue unghiette e le sue ossicine da spiluccare e spolpare con religiosa applicazione.
Dimenticavo qualcosa? Beh, in effetti credo proprio di sì. Sono partito un po’ in anticipo e c’è qualche possibilità che io ripassi ancora di qui in settimana, ma visto che è meglio arrivare un filo troppo presto per non arrivare in ritardo, voglio fare un sacco di auguri a tutti quelli che sono passati di qui e che ci sono tornati. Intendiamoci, non ho niente contro chi è entrato per caso nel blog. Ma dato che ci è passato così, senza intenzione, è anche facile che non ripassi più. Quindi non avrebbe senso lasciare messaggi di auguri per loro.
Invece per chi ha avuto la pazienza di tornare, per chi mi ha manifestato apprezzamento, per chi si è divertito, per chi è addirittura arrivato a bacchettarmi per le mie latitanze… per tutti voi che mi avete quasi convinto che questo posto sia diventato una tappa piacevole, grazie. Sapete che scrivo perché mi piace e mi diverto. Ma scrivere per nessuno, alla fine, credo che sarebbe di scarsa soddisfazione. Speriamo che l’entrare nel mio …nt…esimo anno di età mi porti qualche nuova ispirazione. In caso contrario, grazie comunque e auguri lo stesso. Buone feste, in forma collettiva.

Ionnighitar


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