Undici – Intermezzo

Come dice il detto, “chi cerca trova”. Bene, ho trovato. Spulciando tra album e scatole sono riuscito a ripescare qualche vecchia foto che testimonia la veridicità dei miei racconti e qualche altra che mi ha permesso di rispolverare particolari che erano finiti nella discarica del tempo.
Ho anche trovato fotografie in compagnia di qualche parente, in gruppo o a coppie, ma per rispetto della privacy e non avendo nessuna intenzione di rispondere al garante di questo o di quello, mi azzardo a mettere in piazza soltanto le mie. Cosa che si ripeterà quando mi deciderò a pubblicare uno o più capitoli dedicati ai mezzi di trasporto.
Cominciamo con il commento su queste prime tre. Due sono la testimonianza dei miei trascorsi in qualità di cow-boy (non sceriffo, non c’è la stella quindi sono stato impreciso in precedenza) e, soprattutto, di cavallerizzo. Mi piacerebbe sapere se il destriero nella foto fosse il Pino o la Bimba, ma credo che, in fondo in fondo, questo non alteri la sostanza dei fatti. La terza, che mi vede ingabbiato dietro sbarre di legno, mi ha permesso di considerare due cose: che mi ero completamente dimenticato dell’esistenza di questo carro, adibito esclusivamente alla raccolta del fieno e ben diverso da quello che avevo in mente e che serviva, per esempio, per trasportare le patate o la legna e, soprattutto, di constatare come il mio guardaroba fosse in un certo senso piuttosto scarno. Sia a cavallo, sia con il fare minaccioso e le mani pronte a sfoderare le Colt, sia imprigionato sul carro, la maglietta è sempre quella, a righine bianche e rosse. Per fortuna l’abbigliamento da cow-boy prevedeva i jeans, che ricordo essere di marca Lee, perché in caso contrario un ranger o un pistolero coi calzoncini tirolesi di pelle avrebbe perso buona parte della sua credibilità.
Per la verità la foto più bella nella mia carriera di fotomodello, in grande formato (la foto, non io), scattatami da mia sorella mentre sedevo a cavalcioni di una ringthiera al campo di bocce, mi vede ancora con la stessa maglietta, i jeans con ampio risvolto come esigevano i dettami della moda di allora e le scarpe di tela e corda blu, che più avanti negli anni scoprimmo chiamarsi espadrillas. Da qui un triplice dubbio: o davvero ero messo male a guardaroba, o a qualcuno piaceva sommamente questo mio look o, come potrebbe essere più probabile, le foto, almeno quelle coi jeans, mi vennero scattate nello stesso giorno e dalla medesima fororeporter. Una cosa mi ha sorpreso: sull’album delle foto sono scritte a matita le date. All’epoca avevo quattro anni. Il che mi ha consolato, perché significa che in fondo a memoria sono ancora messo discretamente. O volete dire che i ricordi più lontani sono quelli che restano impressi anche a chi finisce col cadere vittima di quel famoso dottore tedesco…? E che quelli che spariscono sono i ricordi più recenti? Dunque, stavamo dicendo?
Già, ricordi svaniti e risvegliati proprio dalle foto. Mi è tornato in mente che poco fuori dalla stalla e in fondo al giardino, vicino ai castani, nella notte dei tempi si trovavano due enormi silos. Mi pare per lo stoccaggio del fieno, perché, per quanto potesse essere ricca la raccolta del grano, dubito fosse talmente abbondante da riempire un intero silo. Sta di fatto che c’erano, grigi, alti, di ferro molto spesso, con una grande apertura dalla quale era bellissimo andare a sbirciare il contenuto.
E poi fieno, ancora fieno. Proprio nel prato delle mucche, dopo il taglio dell’erba e una volta seccata, il contadino Angelo innalzava un covone che, immagino con sua grande gioia, finiva con l’essere per noi un fantastico monte da scalare e un punto di osservazione elevato dal quale dominare il mondo.
La foto che ho trovato mi vede arrampicato in vetta in compagnia di mia cugina Elena, più “grande” di me, e del cane Luk, Luc, o Look, o come diavolo si scrive, di cui mi ero del tutto dimenticato. Forse l’unico cane di Clivio in senso stretto, se si escludono i bracchi tedeschi di altissimo lignaggio appartenuti a due zii, che però, a voler essere pignoli, erano a quei tempi già “emigrati” nella vicina Viggiù e che quindi direi si potessero tranquillamente considerare ospiti in visita e se si esclude anche la Tencia (non la Peppa Tencia che è tutt’altra cosa), cane nero appartenuto alla zia Adele ma che risale a un’epoca di cui davvero fatico a ricordar qualcosa.
Luc era di purissima razza incrociata e non si sa nemmeno quante volte. Se non mi sbaglio soggiornava dalle parti della stalla o comunque degli alloggi dell’Ambroeus e sinceramente non ne ho un ricordo pieno di affetti. Forse vivevamo un rapporto di reciproca ignoranza. Forse, invece, non avevo ancora maturato la simpatia sbocciata più tardi per i cani, non tutti e l’ho già detto, che ha raggiunto il suo apice con l’avvento del mio, Poldo, compagno di tutto per ventiquattr’ore su ventiquattro o, come pare sia diventato elegantissimo indicare oggi, 24/7 e poi, in tempi recentissimi, con l’arrivo di Maddi, la feroce custode del blog che vive a Bologna ma che a volte ha la bontà di venirci a deliziare qui al Nord.
Detto questo, prendendomi un weekend sabbatico dedicato a lavori agresti, ne approfitterò per cercare di mettere a fuoco i prossimi passi, che a volte mi sembra possano diramarsi in mille direzioni, portandomi chissà dove e facendomi perdere la strada maestra. A proposito, bisognerà anche che, prima  o poi, si affronti l’argomento Maria Maestra. Altrimenti detta… eh no, questa è una sorpresa, anche se inutile, visto che non so bene chi di noi non sia mai passato dalla sua cucina per fare i compiti delle vacanze o comporre temi in stile che ricordava vagamente quello del compianto De Amicis.

Ionnighitar

P.S. I covoni là in alto non sono dell’Angelo, sono di Monet.

Occhio. Non scherzo! Ne ho già sistemati parecchi.
Occhio. Non scherzo! Ne ho già sistemati parecchi.
Correte, correte, non avete scampo.
Correte, correte, non avete scampo.
Fatemi uscire prima di mettere il fieno.
Fatemi uscire prima di mettere il fieno.

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