Nove – Ortofrutta (parte prima)

Mettere ordine nei ricordi che riguardano il giardino inteso come fonte di produzione agricola è un po’ complicato, perché ci si può facilmente confondere tra la gestione del contadino e quella del Gildo, il custode/giardiniere, tra i periodi che hanno visto succedersi una cura dell’orto e delle piante da frutta da parte loro o con un fattivo intervento di molti di noi appartenenti alla tribù, ammaliati dal sogno di sentirci un po’ coltivatori diretti. Con più o meno impegno e conseguente successo. Quindi chiedo venia in anticipo se ne uscirà una specie di macedonia o minestrone, per restare in tema.
La frutta dunque. Proprio fuori dalla casa dell’Angelo e dalla stalla, le prima piante che si trovavano erano cachi. Anche di fianco all’altalena, che ai tempi dell’Angelo non c’era perché era proprio lì che per un certo periodo era stato trasferito il pollaio. I cachi son buoni, sempreché siano belli maturi sennò vi legano i denti come fossero stati spalmati di vinavil. Se però non li cogliete tutti e per tempo, hanno una capacità di sporcare e impiastricciare il circondario come nessun altro frutto sa fare. Sparse qua e là nel giardino, c’erano piante di mele e di pere di qualità diverse, la cui produzione, in autunno, veniva colta e stipata su graticci di legno, cannette e paglia a maturare e per conservarsi per tutto l’inverno. Il profumo di cui si riempivano le stanze adibite a celle di conservazione era unico e indimenticabile, inebriante. Non c’era bisogno di impianti di refrigerazione: ci pensava madre natura e, prima dei ritorni domenicali a Milano fuori stagione un passaggio nelle stanze delle mele a fare scorta era doveroso. Venivano invece consumate nella giusta stagione ciliegie e amarene, fichi, albicocche e prugne, forse pesche, anche se di sicuro, ammesso che ci siano state, devono avere avuto vita breve. Il pesco, casomai aveste intenzione di iniziarne la coltivazione, è pianta discretamente carogna, in quanto terribilmente delicata. Vedete voi, io lo sconsiglio caldamente. Chi primeggiava per quantità ed estensione erano le viti. Lungo tutto il pergolato che portava verso la parte più selvaggia del giardino, di fianco al campo di bocce e sul pergolato che copriva a mo’ di tetto il piccolo spiazzo con il tavolo e le panche di pietra, e ancora filari proprio in fondo al giardino, che però ricordo a fatica. Furono eliminati in epoca remota. Ma era là che si faceva la vera e propria vendemmia.
La qualità di uva presente in quantità maggiore e la più gettonata, o almeno quella cui io ero più sensibile, era quella americana, come già ricordato. Dolcissima, profumatissima… mangiata in grande quantità ha proprietà lassative che non hanno nulla da invidiare al confetto Falqui di chiara memoria. E poi laggiù, dove il giardino non era più giardino ma prati e campi, castagne e marroni come se piovesse. E vi assicuro che in settembre, allora, pioveva. Non dico come in Amazzonia, ma si viveva pressoché sempre con gli stivali di gomma pronti alla bisogna. Che raccolta di castagne, che soddisfazione, sotto l’albero dei marroni, quando riuscivo a trovare esemplari grossi quanto due o tre castagne! E che rabbia quando i bambini del paese, di straforo, venivano a farne incetta come fosse stato terreno di caccia comune! Ricordo uno dei castani, lungo il viale per la Casetta (di prossima pubblicazione) che aveva un grosso pollone molto elastico in posizione perfetta per consentirmi di fare Tarzan, lanciandomi in un salto per afferrarlo e atterrare più in basso con mossa plastica. Quasi tutti i castani avevano ampie cicatrici, pezze di cemento che chiudevano grossi buchi nei tronchi. Forse erano state messe lì per fermare qualche malattia, per impedire la marcescenza della pianta. Ma so per certo che si diceva che quei buchi fossero stati un ottimo nascondiglio per le “bricolle” di sigarette che gli “spalloni” in transito dalla Svizzera e diretti alla parte alta del paese depositavano in attesa di riprendersele quando il rischio di essere pizzicati dalle guardie fosse stato minimo. Chi lo sa? Leggende di paese?
Anche i ciliegi, uno in particolare, davano un bel daffare. Con una produzione notevole e una disposizione dei rami che invitava e facilitava la scalata tra le fronde, venivano presi bonariamente d’assalto a turno da alcuni di noi per riempire il cestino di vimini e fare bottino per tre o quattro pasti o per il solito paniere di prodotti da portarsi a Milano.
Proprio sotto quel ciliegio cui mi riferisco, anche se questo non ha niente a che fare con la frutta, ricordo che lo zio Giorgio, cacciatore, cinofilo e amante della selvaggina alata, nonostante poi la prendesse a schioppettate, aveva fatto costruire una grossa voliera a due scomparti in cui soggiornavano, di tanto in tanto, alcuni fagiani. Per il fagiano dorato, razza di gran pregio e forse un po’ troppo con la puzza sotto il naso per mischiarsi coi simili di più basso lignaggio, era invece stata costruita un’altra gabbia singola, ma non piccolissima. Per quanto mi riguarda non posso sinceramente dire che l’andare a guardare i fagiani nelle loro gabbie fosse un grande divertimento, ma posso anche capire che a qualcun altro potesse non importare nulla di andare a guardare le mucche o le galline ovaiole.
So di aver dimenticato qualcosa, ma chi ha visto e vissuto almeno in parte questi ricordi ne avrà di propri ed è autorizzato a ripercorrerli senza chiedere alcuna autorizzazione.
Quindi, che altro c’era? Noci? Forse, mi pare di sì. Nocciole? Come sopra. More? Certamente, prima o poi, c’erano more e lamponi nella siepe che costeggiava il viale per scendere verso la Casetta.
Quello che credo di poter dire con certezza quasi assoluta è che non c’erano banani, né  avocados, mango o papaie. E nemmeno litchi. Nespole forse sì ma non ci giurerei. I kiwi sì, quelli ci sono anche stati, ma non ne parlo perché al tempo dei kiwi avevo già abbandonato la nave.

Ionnighitar


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