Due – I protagonisti

I nonni avevano prodotto ben sette pargoli, due femminucce e cinque maschietti.
Fedeli alla tradizione di incrementare la popolazione mondiale, i pargoli produssero a loro volta una schiera di ben diciotto fantolini e fantoline. Non che tutta questa tribù si riversasse nella casa di campagna, ma, a parte la primogenita della nonna, tipo dal carattere decisamente deciso che a suo tempo decise di troncare ogni rapporto con mammà, tutti gli altri, bene o male, gravitavano da quelle parti. Ecco, è appropriato dire “da quelle parti” perché tre dei sei figli, quindi miei zii, si trasferirono presto o tardi nel paese di lusso, quello più à la page, per ragioni di cuore.
Questa cosa è strana, ma fino ad un certo punto. In famiglia ben tre zii, un mio fratello, un cugino e, da buon ultimo, io, finimmo col trovare di che fidanzarci e poi sposarci proprio sotto quei cieli. Dicevo che è strano solo in parte, se si pensa che passavamo da quelle parti almeno un paio di mesi all’anno e, si sa, le compagnie estive sono spesso terreni di coltura per il batterio dell’amore.
Insomma, nella casona, in sostanza, ci stavano la nonna con l’ultimo dei suoi figli che riuscì a resistere strenuamente fino ad età matura nella sua situazione di scapolo d’oro (o d’ottone), il papà (mio) con la mamma e noi quattro figli, lo zio Carlo con altrettanti figli e altrettanta moglie (una) e la zia Adele con suo marito e una coppia di eredi. Da Viggiù però – ecco, ho fatto nomi, finalmente – capitava che venissero altre due cugine maggiori di me (una delle quali sta leggendo di sicuro) e altri due, più uno, minori di me. Il tutto sparpagliato negli anni, ovviamente. Se dovessi stare a dividere i ricordi cronologicamente e sistemare i personaggi giusti nell’epoca giusta staremmo freschi!
Immaginate poi quando, superata l’adolescenza, qualcuno cominciò a convolare e produrre nuovi elementi della tribù, a che numeri inimmaginabili si fosse arrivati. Ma qui si rischia una gran confusione, meglio lasciar perdere.
Ai tempi che furono a questa nutrita squadra di villeggianti si dovevano aggiungere gli stanziali: il custode Gelindo detto Gildo con la sua famiglia, moglie e due figliole, che vivevano in un’ala della casa che dava sul cortile “chic” e il contadino, Angelo, con la moglie Maria e quattro figli, due mascoli e due fimmine. L’ultimo si chiamava Ambrogio, detto Ambroeus, ed era il mio compagno di giochi preferito. Ho in mente di parlare di tutti o quasi, più in dettaglio. Sempreché di questa intenzione riesca a ricordarmi nelle prossime puntate.
Il cortile che ho appena citato era quadrato, pavimentato a ghiaia, insidia per le sbandate in bicicletta, e su un lato aveva un portico delimitato da due colonne e un pozzo di sasso. Dal portico, chiuso dal cancello, si accedeva alla strada. Su portico e cortile si affacciavano stanze di servizio, la legnaia, la “casassa” (non credo esista traduzione sullo Zingarelli), refugium peccatorum per qualsiasi cosa non si sapesse dove piazzare e più tardi negli anni regno assoluto del Gildo e della Paola (chiedo scusa per gli articoli davanti ai nomi, alla lombarda, ma il Gildo non posso chiamarlo Gildo tout-court, e così un sacco di altri protagonisti della storia). La casassa, tra l’altro, era rifugio anche dello Zigolo prima e del Galletto (mi sembra) poi, i due bolidi del nostro fedele custode. E ancora, la lavanderia, con doppia vasca di pietra e vaschetta, pure in sasso, fatta installare dal nonno per la sola operazione di ammollo dello stoccafisso, la “stanza dei ferri” intesi come utensili e non come strumenti di tortura e il forno, azzurro, tipo quello della Barbie ma capace di cuocere torte pasqualine e pizze da svenimento. Infine la scala che saliva alla loggia, sulla quale si aprivano uno di fronte all’altro due appartamenti: il nostro e quello dello zio Carlo.
Sempre sul cortile si affacciava un portone di legno che dava accesso a quello che, inappropriatamente, veniva chiamato anche lui portico e che conduceva ai fasti del giardino, ai vialetti di ghiaia, all’aiuola davanti al bow window della nonna, con una tuia nana che col tempo credo abbia raggiunto i trenta metri di altezza. Alla faccia della nanezza.
A pochi passi c’era la pineta, spiazzo alberato, non di sole conifere ma va bene lo stesso, con un tavolino e un sedile di pietra, un tappeto in autentici aghi di pino e con un’atmosfera che infondeva rilassatezza e benessere (a me, agli altri poi, proprio non lo so).
Ai due lati della pineta c’erano i due viali, a sinistra quello tutto bello e ordinatino, anche lui con la ghiaia e un percorso sinuoso, che portava al campo di bocce (si dovrebbe dire delle bocce, ma là era il campo di bocce e basta), costeggiava il frutteto e arrivava in fondo al giardino “padronale”; a destra partiva il viale sterrato che costeggiava il prato delle mucche, l’orto, ancora frutteto, sotto un pergolato di uva bianca e americana, e portava, dopo essersi ricongiunto al vialetto di cui sopra, alla zona castani, ricca fonte di raccolta nei mesi autunnali, ai terreni più “agricoli” e alla casetta. Anzi, alla Casetta, che merita poco poco una puntata tutta per sé.
Facendo qualche passo indietro, invece, quindi all’inizio di questo viale, c’era la stalla, sovrastata dal fienile e abitata ai tempi d’oro da sei mucche sei, una seconda stalla in cui c’era stato il cavallo, nel senso che ce ne stava uno per volta  ma mi pare di ricordare se ne fossero succeduti diversi, l’asino Romeo, qualche maiale e, prima o poi, anatre. O no? Quando ero piccolo da lì si accedeva al cortile della casa colonica, passando di fianco alle conigliere per sbucare in un pollaio, dove il mio sommo divertimento era seguire la Maria o la Paola che andavano a raccogliere le uova prendendole da sportellini che chiudevano, a mo’ di tetto, delle specie di casette in cui le chiocce andavano a deporre. Dopo i lavori di abbattimento di due lati della casa colonica il pollaio venne trasferito, prima davanti alla casa del contadino, in giardino, poi in fondo al prato delle mucche. Forse per una questione di effluvi non esattamente gradevoli.
Salvo rarissime eccezioni credo di aver passato almeno un mese di vacanza all’anno, spesso due, in campagna. C’erano anche le trasferte al mare o in montagna, specialmente quando il papà era in ferie. Ma alla fine era lì che si tornava. Quella era casa. In fondo, direi che lo era e lo è stata forse di più di quella di città. Magari perché ci si viveva con maggiore spensieratezza. Sapete com’è, anche da bambini, meglio un mese o due di giochi, corse e dolce far niente che avere i maledetti compiti e l’adorata scuola da frequentare. Ricordo che al rientro a Milano, quando la scuola cominciava il primo di ottobre, la cosa che più mi pareva strana era rivedere i tram sferragliare per la città e i taxi verdi e neri, specie la seicento multipla (quella vecchia). Quelli erano per me i simboli della vita cittadina, il segnale che una nuova stagione era purtroppo finita e che una nuova, di dure fatiche, mi aspettava con la prospettiva dei grigiori e delle nebbie invernali.

Ionnighitar


2 thoughts on “Due – I protagonisti

  1. Luciano Rispondi

    Bello il fluire dei ricordi che condivido con nostalgìa.
    Grazie.

    1. ionnighitar Rispondi

      Mi sto divertendo, tanto. La sola cosa che mi dispiace è che ho qualche vuoto di memoria. E il guaio, data la profonda conoscenza da parte di molti dei mei lettori (tre o quattro) è che non posso nemmeno fare il furbo e inventare. Mi prenderebbero subito in castagna.

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