Sedici – 500 DTA

Che sigla sarà D.T.A.? Semplicissimo: dal tetto apribile. Potevo interrompere l’evoluzione meccano/motoria così, senza infilare nei ricordi un pilastro della mia formazione di provetto driver? Non potevo. Oltretutto questo mi consentirà anche di scavare più in profondità con la memoria e trovare qualcosa che farà ringiovanire di parecchio qualcuno dei frequentatori abituali di queste pagine. Ma tutto a suo tempo, non corriamo.
Intorno ai sedici anni, mi pare, un bel giorno mi chiama la zia Giovanna, zia acquisita, che passava a suo tempo per essere burbera e scontrosa, a volte un po’ tanto spigolosa, ma che a saper leggere tra le righe aveva un cuore d’oro e che, va’a sapere perché, nutriva evidentemente una simpatia più volte manifestata nei miei confronti. Mi chiama e mi fa: “Devo rottamare la mia cinquecento. Se ti occupi tu di portare il libretto alla Motorizzazione e la fai radiare te la regalo.” A dir la verità non aveva ancora finito di pronunciare la parola “Devo” che avevo già deciso: sarei diventato un pilota di primissimo piano o, per lo meno, di piano rialzato. Oh, ma vi rendete conto? Una macchina tutta per me, mia, da usare in lungo e in largo su e giù per i viali del giardino, con cui impratichirmi nel fuori strada, nelle sbandate, nell’aratura dei prati. Per fortuna a quei tempi l’Angelo aveva già abbandonato la sua postazione di contadino e si era costruito una casa per sé. Non penso che avrebbe gradito vedersi solcati i prati dalle tracce del mio bolide.
Per farla breve, una volta venuto in possesso del potente mezzo, color panna, portiere controvento, semicabrio, per abbellirla in modo deciso do quel paio di tocchi “alla svizzera”, tipo verniciare col minio paraurti e cerchioni, applicare bande adesive colorate qua e là, appiccicare un biscione rosso sul cofano. Probabilmente avevo già intuìto che poco meno di vent’anni dopo la gloriosa casa milanese sarebbe passata sotto le grinfie della Fiat, con un valido aiuto da parte di un tale di Bologna che…  vabbè, non cominciamo con le polemiche.
Dovessi abbellire la mia cinquecento oggi, comunque, credo che sceglierei lo stemma dell’Aston Martin. L’abitabilità interna è più o meno la stessa.
Con il mostro non facevo che macinare chilometri in lungo e in largo, da casa alla casetta, nei campi, su e, soprattutto, giù dalle rive. Se possibile senza ribaltarmi. Solo una volta ci andai davvero vicino giù, dalle parti della pianta dei marroni, quando una sbandata nella curva a destra lasciò me e il mio passeggero più fedele e temerario, forse un po’ incosciente o inconsapevole (mio cugino Guido) in bilico come nei film… Bene o male lui riuscì a saltar fuori e io girando le ruote verso valle, a sinistra, riuscii a non fare la frittata. Sta di fatto che me lo ricordo ancora. Con Guido a volte percorrevamo il viale per la casetta a cinque metri per volta, fingendo di aspettare e far salire l’amico Lillo. Per ripartire, ovviamente, mentre ci aveva quasi raggiunti. Povero! Credo sia cresciuto a scherzi, dai sette anni in poi. Ma non ne sono stato il principale responsabile.
Il clou nelle mie evoluzioni lo raggiunsi quando, girando come un forsennato, ovviamente senza la targa ma religiosamente entro i confini del giardino, attirai l’attenzione di un equipaggio della Guardia di Finanza in perlustrazione sull’elicottero verde e giallo.
Atterrarono nel pratone sotto la casetta, scendendo come Chuck Martin e Joe P.T. (Avventure in elicottero, serie televisiva del pleistocene) e avvicinandosi a me con fare inquisitorio e minaccioso. Disarmati ma era come se lo fossero, invece.
Non so cosa mi abbia dato il coraggio o la forza, ma ricordo di essere riuscito a far notare che: primo, ero in casa mia e con la mia macchina ci facevo quello che volevo io; secondo, che se non se ne fossero resi conto, erano entrati in casa mia non invitati, senza permesso e calpestando l’erba con il loro mostro meccanico. Dubito di avere avuto un fare talmente deciso da intimorirli. Sta di fatto che risalirono in cabina e ripartirono a cercare prede più titolate. Forse più tardi, ripensandoci, mi sarei seppellito all’idea di averli sfidati con quella faccia tosta, ma ormai era fatta. Sperai per un po’ che fossero sempre e solo di pattuglia nei cieli e non di presidio al confine.
Per me la cinquecento fu davvero una palestra, oltre che un divertimento unico e irripetibile. Come palestra era stata tanti anni prima per mia sorella, i miei fratelli e, suppongo, qualche cugina grande, un gioiellino che lo zio Federico (sempre lui) aveva fatto spuntare dal nulla e aveva messo a loro disposizione per far pratica in terreno neutro e sicuro.

Va bene, non è proprio lei, ma anche questa è un'Augusta.
Va bene, non è proprio lei, ma anche questa è un’Augusta.

Si trattava di una Lancia Augusta, stupenda per quanto io possa ricordare. Ne ho una memoria piuttosto vaga, ma ce l’ho. Era nera, lustra, discretamente imponente. E so che, una o più volte, andò anche a mettere a dura prova la resistenza dello steccato nel prato delle mucche. Chissà perché ricordo vagamente anche la presenza di qualche altra auto, un’Aprila o un’Ardea. Ma mi sa che faccio confusione con le auto che, a tutti gli effetti, erano il mezzo di trasporto ufficiale di qualche zio (Federico, Giorgio, Silvio).
Per un certo periodo venne a trovarli durante i fine settimana un amico decisamente emiliano, anche se residente a Milano, di cui non posso citare il cognome, ma il soprannome sì. Non so cosa significasse, ma lo conoscevamo come il Busghèet. Commerciava in auto. Arrivava a volte con modelli decisamente interessanti e pieni di fascino. Ricordo, per dirne una, una bellissima Fiat 124 (o era una Millecento o Millecinque? Boh) spider, bianca, che gli toccava far provare a tutti, anche solo in veste di passeggeri, ma chissà quante altre ne portò per farci schiattare di invidia e ammirazione. Un aneddoto che lo riguarda è passato alla storia, anche se credo di essere uno dei pochi a conoscerlo. Tornando verso casa, una domenica, aveva riempito il baule di letame (in sacchi, spero) per il suo orto o le sue piante, fa poca differenza.
Allora capitava che qualche pattuglia della Finanza ti fermasse per controlli, data la vicinanza al confine. Interpellato su cosa trasportasse, andando a nozze data la sua natura un po’ goliardica, il Busghèet rispose: “m….”. Al che, come era prevedibile, i due si risentirono e si sentirono presi per i fondelli. Quindi, con cipiglio severo e pronti a dargli una bella lezioncina, lo invitarono ad aprire il baule (spesso a quei tempi definito bàule). Che si rivelò in effetti e a rigor di termini pieno di m…., esattamente secondo quanto dichiarato.
Non ricordo bene l’epilogo, ma credo (e spero) che sia finito tutto con una sonora risata.
Cosa che non sempre è scontata quando hai a che fare con l’autorità costituita.

Ionnighitar


6 thoughts on “Sedici – 500 DTA

  1. Guido Rispondi

    Zanotti, Dante Zanotti detto il Busgatt….E grazie per non avermi fatto ribaltare allora ma soprattutto per il vaso di Pandora che stai aprendo con i ricordi strappalacrime (e sorrisi) di tanti decenni fa

    1. ionnighitar Rispondi

      Ricordavo il nome e cognome ma sai com’è… Con la storia della privacy non si sa mai. Per il resto, grazie a voi tutti che so che mi seguite. Per me è un piacere doppio: ricordare e portarvi questi piccoli ricordi/regalo. Ma conoscendo la tua memoria, un invito: a volte zoppico, sei hai voglia, quando hai tempo, mandami qualche flash. Ti anticipo qualche argomento, comunque: piscina, Gildo, pranzi collettivi. Ovviamente, S-ciupatùn.

  2. Guido Rispondi

    Lotta sciuri-“paesani”, casa Angelo con i vari personaggi tipo Giovannino piscia addosso.., don Gilberto e la chiesa col reparto maschile, la Casetta-a proposito di pranzi-. Poi cercherò con più calma qualche altro spunto…

    1. ionnighitar Rispondi

      Fantastico, grazie. Sulla casetta mi sa che troverai una sorpresa al tuo prossimo accesso. Avevo appena finito di scriverne. La chiesa… irrinunciabile. Ma mi hai spiazzato completamente sul Giovannino piscia addosso… e anche sulla lotta. Nebbia totale. 🙁 Te l’ho detto. Perdo colpi

  3. Luisa Rispondi

    Lo zio Giorgio da ” signorino ” ( così si diceva ) aveva il Galletto, che posteggiava sotto il portico, posto occupato in seguito dalla mitica Giulietta dello zio Beppe, che in prossimità del campo di bocce suonava il clacson perchè lo aspettassimo al cancello, allora sempre aperto grazie alla Paola. Ogni arrivo era una festa. Aprilia e Ardea non sono sicura, ma l’Aurelia era sicuramente di mio papà, fedele alla Lancia. Forse veniva dallo stesso Busgatt, ed era dotata di un nido di topi nel tetto.
    Quanto alla casetta ricordo di essere stata io a chiedergli di metterla a posto per noi . Dal mio diario: 7 dic 1959 ” Lo zio Federico ha finito la cappelletta el’ha anche montata, sta benissimo dipinta di scuro vicino alla Madonna chiara. Abbiamo acceso la stufetta e ci siamo divertiti a veder uscire il fumo dal comignolo. La chiameremo villino Maria. Lo zio ha anche fatto con il legno un grazioso attaccapanni. ” 7 febbraio 1960 “A Clivio oggi c’erano lo zio Beppe, la zia Piera, l’Alberto, lo zio Federico e lo zio Silvio. La casetta è diventata molto bella. Ho acceso anche il camino della cucina ma faceva un fumo infernale. Ha nevicato. “

  4. ionnighitar Rispondi

    Ti sono grato per queste precisazioni, che metterò in forma ufficiale. Oltretutto hai anticipato un aspetto che era già in cantiere… ma non ti dico quale. Altrimenti il mio fattore sorpresa e l’accalappiarvi con questi racconti vanno a farsi benedire. A presto e sappi che ogni spunto o aiutino è sempre il benvenuto.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.