Il Torrente

Un paio d’anni fa (eh sì, il tempo passa) ho scritto di una manciata di ricordi che mi sono molto cari, legati a una specie di paradiso in terra che si chiama Champoluc, dove passavo più o meno un mese di vacanza, generalmente luglio, a partire dai tot anni e mezzo (non posso ricordarmelo) fino ai, più o meno, tredici-quattordici. Poi, a quell’età, ci si rincretinisce e invece di continuare a frequentare località che ti arricchiscono il cuore, l’anima e i polmoni, si finisce con l’inseguire altre farfalle. A meno che non si sia così scaltri o fortunati da fondere in unica soluzione il luogo ameno con le creature deliziose che occasionalmente lo possono frequentare e allora il gioco è fatto. Dopo un intervallo di qualche anno passato chissà dove, oltre che in campagna, l’ultimo mese di agosto trascorso lassù è stato il prologo di una brutta, bruttissima stagione. Dopo di che, forse per sfuggire a ricordi che sarebbero inevitabilmente diventati tristi ricordi, abbiamo girato religiosamente alla larga. Ci sono tornato molto più in là negli anni, saltuariamente. E ho avuto conferma che non si dovrebbe mai tornare nei luoghi che ricordi come splendidi e magici. Ti becchi regolarmente una trave di pino sugli incisivi, che ti ferisce un po’, ti delude molto e fa vacillare le certezze che ti eri costruito in anni di ricordi dolcissimi. Fine del prologo malinconico.

In questi giorni il caso ha voluto che mi sentissi piacevolmente trascinato a tornare con la mente a quegli anni. E’ stato salutare. Perché anche i neuroni preposti a gestire i ricordi devono essere tenuti in esercizio. Si sconsiglia l’aerobica, che fa dimagrire e di conseguenza renderebbe i neuroni stessi asfittici e deboli, si suggerisce l’esercizio anaerobico, che li stimola, al contrario, a metter su muscoli e potenza. Bello sarebbe avere neuroni della memoria ipertrofici, ma si può arrivare a ricordare cose ormai date per disperse anche con la pazienza e la costanza. A proposito, perché ci sono signore e signorine che si chiamano Costanza e nessuna che si chiami Pazienza? Non rispondete. Ho già colto al volo per via telepatica i commenti delle lettrici. Come non avessi detto niente. Arimortis.

Dopo Champoluc, sia d’estate che d’inverno, mi è capitato di trovarmi in località montane di vario genere e numero. Sparpagliate sempre sulle Alpi, questo è  vero, ma un po’ di qua e un po’ di là. A diverse altitudini, con differenti esposizioni al sole, adagiate in ampie vallate dai dolci declivi o cacciate a viva forza in mezzo a gole strette che ti costringevano a sputare l’anima anche per una passeggiatina di un’ora. Ricoperte di neve, che a mio parere ruba tutto il bello alla montagna, cancellandone i colori e soffocandone i profumi, o splendide nei loro cromatismi e ricche degli effluvi più ipnotici: da quello della resina, al camino, al pane fresco, alla dispensa del salumiere. Ma ci vuole, a mio avviso, una cosa in più per fare di un paese di montagna un gran bel paese di  montagna. E questa cosa si chiama torrente. Vi pare sensato immaginare che Champoluc ne fosse sprovvisto? Eddai, su…

L’Evançon, lungo trentun chilometri, nasce dal grande ghiacciaio di Verra e scende lungo tutta la Val d’Ayas per poi andare a donare le sue acque alla Dora Baltea. A tratti impetuoso, ricco di acque bianche, dopo aver bagnato le rive del paese di Saint Jacques corre in un tratto non particolarmente ripido fino ad attraversare Champoluc e poi scendere tra boschi e rocce fino a Verres, dove cede lo scettro alla Dora. Mi ha sempre affascinato. Ogni volta che lo attraversavo, sui ponti di legno o sul ponte della strada vicino alla chiesa, mi fermavo a guardarlo incantato e con una sana soggezione che mi era stata inculcata a scopo precauzionale. E speravo, invano, di veder saltare le trote, che preferivano bazzicare zone più tranquille.

Il rumore dell’acqua, la schiuma, le onde che trascinavano a valle i pezzetti di legno o le barchette di carta che gettavo nei flutti cercando di seguirne il percorso il più a lungo possibile mi hanno fatto compagnia chissà quante volte. Sia a monte che a valle del paese, però, c’erano tratti del torrente che scorrevano quasi in piano, con acque più calme e formavano lanche e piccoli stagni dove si poteva andare a giocare. Con totale e inossidabile disapprovazione dei genitori che, presumibilmente, sapevano prendere il torrente e la montagna un po’ più sul serio di quanto facessimo noi pischelli.

Nelle pozze che si formavano in queste zone calme dell’Evançon si trovavano i girini e spesso ne facevamo incetta, chissà per farne che, chiudendoli nei barattoli di vetro. La sabbia era bianco-grigia, finissima, una via di mezzo tra cemento e talco ed aveva un odore talmente caratteristico che lo risento ancora. Un misto di muschio, forse muffa, certamente di umido. Certo, non un profumo, ma una nota marcata e inconfondibile. Bastava fermarsi dieci minuti a ficcare le dita in quella sabbia ipnotica per tenersi addosso fino a sera l’odore del torrente. Lì intorno c’erano boschetti che sembravano fatti apposta per essere adibiti a rifugio segreto. Per costruir capanne e passarci interi pomeriggi. Sempreché si desse un chiaro segnale di vita ai genitori in ansia. I più in gamba, invidiatissimi, sapevano anche costruire di meglio, magari sugli alberi, ma ci si accontentava.

Mi pare di ricordare che un anno, almeno uno, si svolgesse una gara di canoa nelle acque bianche dell’Evançon. E’ un ricordo molto vago, ma la sensazione di guardare con apprensione, ammirazione e un po’ di invidia da Rambo in fieri i concorrenti bardati che pagaiavano come forsennati è abbastanza nitida.

Il parapetto lungo il torrente, allora, era un susseguirsi di muretti in pietra, distanti forse un metro e mezzo l’uno dall’altro e uniti da travi squadrate dipinte di marrone e disposte “di spigolo”. Sedersi sui muretti era impresa di grande ardimento e, a volte, occasione per una sonora tirata d’orecchi. Se da un lato la strada era quella asfaltata, che arrivava dal fondo valle e attraversava il paese, dall’altro c’era lo sterrato, delizia delle gomme per la bici, fonte di polvere bianca e impalpabile ma sana, che la sera mi ricopriva come una seconda pelle, soprattutto quando (quasi sempre) ero inguainato nei calzoncini di pelle tirolesi (concessione alla concorrenza altoatesina) e calzato dei soliti, insostituibili sabot, con calzettoni norvegesi spessi e pizzicosi, rigorosamente gialli o rosso fuoco. Del mercato, che si snodava lungo la riva destra, mi toccherà parlare più in là.

Ionnighitar


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